Prodromi di primavera
Una primavera sospesa, la tua, la mia, quella di infinita gente. A marzo, sul mio argine, cara Teresa, ho ascoltato il silenzio e non mi è piaciuto. Poi, il nulla. Ma come – dirai – se ti è sempre piaciuto così tanto?
Sì, ma questa volta non l’ho scelto io. Non ho scelto liberamente. Non mi è stato neppure imposto. E’ arrivato e si è preso tutto, ma solo per un po’.
Non è più il tempo della mimosa, si è dissolto il suo pungente profumo. La stanchezza lascia il passo ad una lacrima che, fresca, scivola sulla guancia arrossata dal sole. In lontananza l’autostrada e, vicino, l’incedere veloce dell’uomo che corre. Non si ferma, non può: deve mantenere la distanza. Eppure, si volta e sorride, gridando a me e al mondo: finalmente torniamo. Finalmente. Dopo una lunga stagione, posso aspettare che sbocci il ciliegio, pallido tatuaggio all’altezza del cuore.
Prodromi di primavera
nel cielo rotto da nubi
tra folate di vento
la mimosa si sgrana
in chicchi come parole
sui rami del silenzio.
In me sento riflessa
la stanchezza delle cose
il desiderio di un po’
di calore che mitighi
l’arido crudo svolgersi
di una lunga stagione.


