Cammini
Caro Professore,
posso chiamarti così? Mi sto chiedendo se il tuo viaggio in Perù sia simile a quello di tante altre persone che, con l’intento di migliorarsi sempre, tra una caduta e l’altra, cerchino segni tangibili di ciò che sia possibile e possa dar loro speranza.
Ti conosco per sentito dire, ma non mi sono mai presa la briga di contattarti, nonostante la tua storia m’avesse incuriosita. Un tuo collega, il caro Robert Langdon, mi ha parlato più volte dell’importanza di decriptare i segnali nascosti nella quotidianità. Sono lì, li abbiamo sotto il naso, ma non li vediamo o li ignoriamo pur accorgendoci che ci sono. Una forma di difesa dal profondo? O semplice distrazione? Certo, nel mio caso si potrebbe dire senza ombra di dubbio che sia a causa della yag laser non andata benissimo; tuttavia, quel che è da dire è da dire: non ti lasci trovare facilmente, tra gli scaffali della libreria. Forse, avrei fatto prima a chiedere in biblioteca, ma volendoti consultare come manuale d’uso, non sarebbe stato carino restituire pagine stropicciate, annotate, sottolineate. Così, ho girato per i vicoli di Marsala, tra i profumi inebrianti della storia e del mosto che si fonde nell’aria salmastra. Hai idea di come si siano increspati i miei capelli? Terrorizzano a tal punto che, confronto a me, Medusa deve scansarsi proprio.
Ti ho trovato in un negozio che si affaccia su Piazza della Repubblica, una sera stellata d’agosto. Avrei dovuto cercare le pagine dei Florio o le stampe garibaldine e invece… Tanto, le prime le ho già e le seconde non le amo abbastanza da portarmele a casa, dove mi bastano quelle di Cremona antica. Dopotutto non sono certo un’appassionata di storia. E come potrei esserlo, con così poca memoria e tanta distrazione?
La distrazione è la ragione per cui mi rivolgo a te ora: ho bisogno di ritrovare il mio centro, che perdo più spesso delle chiavi di casa.
Ci sono così tante cose che non comprendo. Troppe. E mi chiedo se devo capirle tutte o lasciarle decantare, oppure ancora lasciarle andare per alleggerire il peso che esercitano sul cuore.
Ho trovato un luogo nuovo; uno spazio mentale lungo il sentiero delle Streghe: un bosco, un ruscello, le cascate, lo stagno, una casetta e un dondolo dismesso. Un luogo di meditazione chiuso al mondo, aperto solo a chi desidera ascoltare le storie di un Buddha di ceramica che spicca tra i ciclamini giganti. Ho appoggiato la mia mano sul muschio, cuore pulsante di uno spazio incantato e ho ringraziato pregando per ciò che già ho e non voglio che mi venga tolto, sperando di ritrovare sempre la luce oltre il buio dei giorni che verranno. Lo hanno detto anche a te: “…era un regalo, un varco, uno sguardo lanciato al nuovo modo di essere. Ora devi imparare a raggiungere da solo quel livello, poco alla volta.”
Ok, ma io non sono una gamer. Vorrei saltare direttamente dal primo all’ultimo manoscritto. Cosa dici, sarà per questo che non ho imparato a ballare da bambina? Continuo a tornare al primo livello, in un loop infinito. Persino Super Mario si sarebbe arreso. Mi fermo, ci penso e ricarico lo zaino di energia per riprendere il cammino, che se fosse quello di Compostela, forse, lo farei più volentieri. Quanta fatica costa andare avanti, soprattutto se si conosce già la realtà dei fatti, ma chi dovrebbe validarla ne resta indifferente o vi si oppone distorcendola. Difficile, così, coltivare la pazienza. Se arriva la grandine e non sei pronto, il raccolto muore e sei costretto a riseminarlo.
Sai, vorrei riuscire a pensarla come te, a vedere come te. A sostenere, senza alcun dubbio, che il seme lanciato ha attecchito, al momento opportuno germoglierà, diventando il frutto che completerà il cerchio della vita. Come nella canzoncina che canto al mio dolcissimo nipotino.
Nel mentre, indosso gli scarponi e inizio la salita.
Con stima, tua affezionata,
E.


