Un'altra parte del mondo
Lettere

Caro Aldo

Caro Aldo,
sono poche le storie intense come la tua. Se potessi ti abbraccerei, per rassicurarti. Sempre che tu voglia lasciarti abbracciare, sempre che tu voglia esser rassicurato.

Vorrei scusarmi – ultimamente lo sto facendo con tanti – per l’indifferenza in cui ho lasciato la tua storia in questi anni, pur sapendo bene di chi stessi leggendo nell’ agosto 2016. Ma io sono una che i nomi li dimentica. Brutta storia, non è vero? Il nome è importante, dovrei saperlo, ancor più del cognome, che spesse volte può risultare invadente, inopportuno, persino nemico.

Ho pianto, sai, la mattina in cui ci siamo incontrati nella piccola libreria di Ascoli, appena terminate le scosse che hanno distrutto Amatrice. Ero in vacanza e, ingenuamente, non avevo colto la gravità del dramma che si stava consumando in quelle ore e a così pochi chilometri di distanza. Mi dispiace.
Quella notte, avvolta dal calore familiare e dall’inebriante profumo di mare, avevo chiesto a Maurizio, mio marito, di chiudere le finestre. “Sta arrivando un temporale. Si è alzato il vento, mi sa: tremano pure i vetri…”

Poi le scosse, poi i vicini sul pianerottolo, poi la gente in pigiama che sale in macchina. Nessun danno, sulla costa; l’inferno sulle colline. E noi, irresponsabili turisti della domenica, a spasso per i Sestieri ascolani. Alcuni negozi chiusi, altri aperti. Come ora, sai? Stiamo lentamente tornando alla normalità e, subito, penso alla loro, che non è mai tornata.  Giusto o sbagliato che sia, si sono abituati, adattati.

Normalità? L’abbiamo tutti così sottovalutata, persino schifata, a volte. Che idioti! Che idiota io!
E tu? Ti sei mai abituato alla tua di normalità? Forse no, caro Aldo, figlio del Migliore. Migliore di chi? Quanto male deve averti fatto quel folle appellativo! Una fra le tante etichette che la gente ama appiccicare agli altri. Non importa il male che può causare, non importa la ferita insanabile che può aprire nel cuore e, soprattutto, nella testa di chi il male lo riceve.

“Li avete presente i funerali di Togliatti? Io c’ero, in seconda fila, con la mamma. È l’ultima volta che mi avete visto.” (M. Cirri, Un’altra parte del mondo, Narratori Feltrinelli. Quarta di copertina).

Nella libreria ho pianto anche per te, per il vuoto che ti sei portato dentro, colpevole di essere sempre e solo il figlio di qualcuno. Non Aldo, mai Aldo. Perché quando avresti potuto esserlo, per tutti eri solo Aldino. Ti hanno dimenticato, ma quel che è peggio, hanno smesso di chiamarti per nome, fino a che l’assenza ha prevalso sulla tua identità.

Ti sei smarrito. Come Firmino, come Basil, Teresa, Nikolaos e Stefanos. Come Evelina. Come Allan. E Susanna con le sue amiche? Frankie e Alice? Renée? Come John Nash, tanto coraggioso da ritrovare sempre la strada. Ma lui non era così solo, dopotutto.  Non era solo Billy Milligan, ma era in tutt’altra terribile compagnia.

Ho riletto pagina 51 della tua storia. Ho riletto altre pagine annotate sul frontespizio, in spiaggia. Cosa ci posso fare se sale e acqua mi invogliano più di ogni altro elemento a sottolineare, annotare, riflettere e persino trovare un senso di me.  Ops, quest’anno mi andrà male: niente vacanze, di conseguenza niente letture? Ehi, proprio no. Mi sono attrezzata: in giardino ho della sabbia, chiudendo gli occhi la spiaggia posso sognarmela.

Scusami, caro Aldo, sto cercando di stemperare l’amarezza provata ultimamente riprendendo i tuoi vissuti. Sono tosti, lasciano segni marcati a fuoco. Hai ragione, sai, cuore e pelle non sono così impermeabili. Ci illudiamo di lasciar fuori l’onta delle offese e dei conflitti, reali o percepiti come tali, ma è un’allucinazione, essi penetrano lenti nei muscoli dai pori epidermici. Infettano e ci fanno ammalare.

Rileggo. Primo breve capitolo: prima persona, sei tu. Tutti i restanti capitoli: terza persona. Ti sei già perso, perché “la timidezza, se non trovi qualcosa che la fermi, è un lievito che si autoalimenta.” (pag. 33, M. Cirri, Un’altra parte del mondo, Narratori Feltrinelli).

M. Cirri, Un’altra parte del mondo, Narratori Feltrinelli

Quanto è puntigliosamente ricostruito? Quanto appartiene alle supposizioni di chi, magari superficialmente, ti ha conosciuto?  Vorrei scrivere ancora, perché di storia qui ce n’è tanta. Ed è tua come nostra. Ci sono i tuoi sogni, le tue angosce, le speranze e le illusioni di un popolo in guerra. C’è un paese da ricostruire. Ci sei tu da ricostruire, con i tuoi trent’anni di forzato isolamento. Trent’anni, non tre mesi. Fermo i pensieri e mi accorgo che il tuo isolamento è cominciato prima, in una scuola lager che me ne ha ricordata un’altra. Non dall’altra parte del mondo come la tua, una realtà piccola, ma altrettanto coinvolta politicamente, tra gli anni Ottanta e Novanta.

Frugo nei ricordi per trovare realtà migliori, azzarderei esemplari, vicine a me e allora sfoglio le pagine dell’orfanotrofio in cui tanti anni fa, ormai, aveva lavorato mio padre.  Testimonianza del bene che, infine, si può e si riesce a fare. Solo un dettaglio non ho amato e non amerò mai: l’uso del termine “carità”. Nasconde uno stato di superiorità, quando invece la relazione d’aiuto dovrebbe essere rappresentata, in primis, dalla condivisione e dalla capacità di calarsi, comprendendole, nelle difficoltà altrui.  Comprendere il disagio, anche e proprio quando non lo si è provato affatto, mette nelle condizioni di trovare le soluzione adatte a superarlo o renderlo, quanto meno, sopportabile. E’ un’ opinione personale, la potrai confutare, se mai mi risponderai.

Ora mi fermo davvero, rischio di dilungarmi oltremodo, quindi, ne riparleremo tra qualche settimana.
Spero apprezzerai il mio astenermi da qualsivoglia commento sul 2 giugno. Tu c’eri, ma chi se n’è accorto? Massimo, il tuo autore. Sì, ed è straordinario il modo in cui parla di te. Ne fa un’analisi empatica del profondo. Comprensione. Felice che stia bene anche lui.
Ora mi sento sollevata. So che lo sei pure tu.

Un bacio,
Elena

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