Una lettera
.18 GIUGNO 1991
Ciao Dodo,
eccomi come sempre in procinto di scriverti una lettera. Sono appena passate le otto di sera e sono già decisamente stanca e molto scossa per questa mattina. Mi sento veramente un’idiota e non so come scusarmi con le persone che hanno creduto in me: i miei, la nonna e soprattutto tu. Sono dispiaciuta, veramente! Che stupida e poi… insomma, se avessi ascoltato mia madre… quante volte mi ha messa in guardia dicendomi che ero troppo distratta e che non era possibile che riuscissi a studiare in così poco tempo: sempre chiusa in camera con la musica a palla o in giro con quelli della panca!
Lo so, lo so, me l’avrai ripetuto un centinaio di volte di uscire un po’ meno e studiare di più, ma la voglia di stare con te surclassava di gran lunga tutto ciò che ritenevo più giusto per me, per te, per noi. Anche quando non ho niente da dirti, magari perché sono stanca o arrabbiata, è bello comunque stare insieme. Mi fa rabbia, poi, quando mi dici che se trascorriamo le serate a chiacchierare senza andare ad imboscarci, io probabilmente, mi annoio!
Se non parlo non è sicuramente perché in quel momento non mi stai sfiorando neanche con un dito, ma semplicemente perché, a me, piace moltissimo ascoltarti: mi interessano le tue idee e alcune tue convinzioni mi sbalordiscono. Che il nostro universo sia una specie di membrana fluttuante composta da più dimensioni, una immersa dentro l’altra, ma che non interferiscono tra loro, potrebbe spiegare il big bang come uno scontro inaspettato tra due dimensioni vicine. Pertanto, lo stesso fenomeno esplosivo potrebbe accadere anche in altri universi, creando infiniti spazi cosmici. Affascinante… sarebbe bello sapere cosa c’è dall’altra parte… Il Paradiso potrebbe essere là?
Ogni giorno di te conosco qualcosa di nuovo, come se sfogliassi un libro di Salgari e mi sento trasportare in mondi fantastici.
L’altro giorno, quando mi hai chiesto quali fossero i miei progetti per il futuro, mi hai preso alla sprovvista e comunque ora credo sia meglio concentrarsi sul presente. Basta progetti utopistici come prendere due lauree e scrivere romanzi chiusa in una mansarda. Ne rimarrei delusa e basta, come, in fin dei conti, è sempre stato.
Ti ringrazio comunque per avermi posto la domanda, mi hai spinto a riflettere. Se fino a poco fa desideravo soltanto mollare tutto, ora sono convinta che se mi impegnerò, l’anno prossimo riuscirò a finire la scuola in bellezza e tra qualche anno anche a laurearmi.
Ti voglio bene perché, oltre ad essere il mio ragazzo, sei anche il mio più caro amico. Sei l’unico che, se ho bisogno, è sempre pronto a farsi in quattro.
Oggi è il tuo compleanno. Ti amo.
Lia firma la lettera e ripone la sua preziosa penna stilografica, che utilizza solamente per comporre infinite parole da scrivano, e aspetta nel silenzio immobile della sua stanza. “Che strano” pensa, fissando ansiosa le lancette della sveglia rosa shocking “dovrebbe già essere arrivato. Sono quasi le ventuno e trenta! A che ora crede di uscire per festeggiare???”
Non riuscendo a mantenere la calma e incominciando a mancarle l’aria in quella stanzetta minuscola, si infila velocemente un paio di vecchi jeans sfrangiati e si mette a correre giù dalle scale quasi saltando i gradini. Non ha ancora raggiunto il portone d’ingresso che si blocca con il cuore che le esplode in petto. Il suo viso rimane inespressivo come le statue di cera del Madame Tussauds.
I pochi secondi che trascorrono dal momento in cui li vide e l’attimo successivo, in cui risale le scale con lo stesso passo felpato di un ladro, sembrano un’eternità. Ha tutto il tempo per analizzare ogni millimetro di lei. I lunghi capelli rossi le scivolano sul collo come una fiamma che illumina il candore di una pelle perfetta. Ne esaltano l’azzurro cobalto degli occhi; mentre l’abito caftano in chiffon di seta ne sottolinea così perfettamente e sfacciatamente le forme femminili. Che contrasto contro la maglietta bianca e i ricci arruffati di Lia!
E lui, lui come sembrava pendere dalle labbra di lei, così abilmente inumidite dal rossetto Frost!
E’ in casa da qualche minuto, quando il citofono emette i soliti tre squilli ravvicinati. Sentendosi tradita nell’orgoglio, non riesce che a gridare con tutto il rancore che ha in corpo un sonoro “Vaffanculo, stronzo… Ti ho visto sai con quella fighetta!”
A nulla quella sera valgono i ripetuti tentativi di chiarimento. Staccato il citofono, subito dopo aver sparecchiato la tavola, si precipita a letto per non farsi chiamare al telefono da chicchessia della famiglia. Non vuole ascoltare, non vuole giustificazioni; si sente ancora più fragile di quello che già è: un cucciolo d’orso appena azzannato dal maschio più grande.


