Pane e marmellata
I giorni trascorrevano velocemente in compagnia di Dodo. Matricola universitaria, sognava di diventare un ingegnere biomedico, sicuro che la facoltà da lui scelta sarebbe stata la base e la premessa per un futuro lavorativo di successo in un settore in forte evoluzione. Lo affascinava la possibilità di fare ricerca pratica e teorica con lo scopo di migliorare la qualità e le aspettative di vita dei soggetti deboli, utilizzando tutti i mezzi possibili: dalla medicina all’elettronica.
Se le macchine avessero svolto una parte consistente del lavoro umano (dalla casalinga all’operaio, dal pensionato all’amministratore delegato) avrebbero tutti sofferto meno stress e malattie invalidanti come quella di sua madre. Pensava soprattutto alle nuove scoperte che l’utilizzo di moderni sistemi informatici e tecnologici avrebbero apportato e forse, finalmente, lei avrebbe ritrovato definitivamente il proprio senno ed equilibrio mentale senza dover per forza trangugiare micidiali cocktail di antipsicotici e regolatori dell’umore.
La scelta della propria formazione universitaria era stata piuttosto semplice. Fin da bambino aveva sofferto gli attacchi persecutori e le allucinazioni uditive della madre e se, dopo i compiti, invitava qualche amichetto a casa sperava, mentre il sangue gli pulsava nelle orecchie, di non dover dare spiegazione alcuna delle sue stranezze. Era la sua mamma e lui l’adorava più di chiunque altro, ma si sentiva a disagio quando lei, con gli occhi spiritati, mentre porgeva pane burro e marmellata, incominciava ad inveire contro una spettrale voce maschile che le diceva di essere il diavolo vestito di bianco, supplicandolo di esser lasciata in pace.
Era un cliché ormai consolidato e Davide aveva imparato a salvare in corner la situazione interrompendo lo sproloquio materno.
– Dai mammina ormai questa storia del terrore l’hai già raccontata, ne vogliamo una nuova che faccia più paura.
A quel punto i compagni intimoriti, ma divertiti, si tiravano indietro per correre a giocare in strada.
Si sentiva in colpa per la vergogna che provava verso di lei e per il pressante desiderio di avere una mamma “normale”. Per tale ragione, anno dopo anno, aveva incominciato ad informarsi sulle cure esistenti e sulle possibilità di recupero. Nulla di entusiasmante, anzi, lo deprimeva rendersi conto della cronicità della malattia e del fatto che, in parte, dipendesse, proprio come un cancro o il diabete, da una certa vulnerabilità genetica. La sua mamma non era una persona debole, ma aveva una vera e propria disfunzione a livello celebrale, per di più ereditaria.
Nessun dubbio quindi: da grande avrebbe fornito a medici, neuropsichiatri e psicologi gli strumenti necessari per scegliere la cura migliore e magari un giorno avrebbe consegnato a qualche ricercatore l’attrezzatura idonea a modificare i geni difettosi. Conoscere i segreti dell’intelligenza artificiale voleva dire, secondo gli ultimi approcci delle scienze sperimentali, scoprire le funzioni ancora nascoste della mente.

L’amore incondizionato per la madre aveva fatto da calamita amalgamando Linda e Davide in un unico tutto, rendendo a lei più semplice sopportare le frequenti scenate della sorella e la disastrosa relazione col padre naturale. Se non riusciva a trascorrere del tempo in compagnia di Dodo, subito dopo cena, si chiudeva nella sua stanza e, sotto la tenue luce dell’abat-jour di plastica rossa, cominciava a scrivere fiumi di parole che le avrebbero lavato l’anima e permesso di addormentarsi serenamente.
18 FEBBRAIO 1991
Ciao Dodo,
in questo momento certamente tu sei a lezione, mentre io me ne sto rintanata al Breack e non so che fare… Lo so, sarei dovuta andare a scuola, ma proprio non ne ho voglia. Non ti arrabbiare, perché dovresti, poi? In fin dei conti, come diresti tu, sono tutti cavoli miei.
E’ vero, sono fatti miei, eppure sono consapevole di fare una cazzata. Ne sto facendo molte ultimamente e non riesco proprio a fermarmi.
Una volta mi hai detto che “le coscienze dormono”: la prima è la mia. Mi rendo conto di avere una mentalità penosa. Vorrei cambiare, ma qualcosa me lo impedisce. Non so esattamente di cosa si tratti, se problemi personali, come l’esser stata troppo viziata da bambina, il perbenismo insopportabile degli amici di cui si circondano i miei o la rovina della mia famiglia dovuta al comportamento irresponsabile dell’ex di mia madre. Oppure se, in realtà, è semplice menefreghismo nei confronti delle responsabilità che dovrei avere.
A volte vorrei tornare bambina, ai tempi in cui niente e nessuno poteva minare la mia felicità, fatta sì di cose semplici, ma vera, sincera ed immensa. Forse i miei ricordi sono un po’ confusi: ero così piccina!
Ho vergogna di me stessa se penso a quanto sono riuscita ad odiare quello (mi rifiuto di chiamarlo padre, io ne ho solo uno di papà ed è la persona che si prende cura di mia madre, di me e mia sorella sopportando le nostre piccole follie quotidiane). Ciò che ha fatto a mia madre non potrà mai essere perdonato, almeno non da me!
“Errare humanum est”, certo, ma lui ha varcato quel limite! Detesto l’immagine fasulla che per anni ha portato avanti, facendo credere a tutti di essere un eccellente professionista. Di che poi, truffava soltanto della povera gente e sputtanava i soldi giocando d’azzardo! Dovrebbero rinchiuderlo a vita, visto i soldi di cui si è ingiustamente appropriato, altro che nove mesi con la condizionale e una multa di neanche tre milioni di lire! Mi ricordo quando tenevo stretta la mano della mia mamma che tremava e piangeva in silenzio mentre l’ufficiale giudiziario portava via i suoi preziosi.
Non le aveva lasciato neppure il portagioie. Mi piaceva così tanto quella scatola d’argento intarsiata con ricchi arabeschi barocchi. Sembrava una cupola indiana. Quante volte mi era capitato di fissarne lo smeraldo ovale perfettamente incastonato sul coperchio, liscio come uno specchio d’acqua, titubante se aprire quel piccolo scrigno segreto o se tornare a giocare con le mie bambole.
Rimanevo estasiata quando mamma mi permetteva di indossare le sue collane e con lei facevo finta di andare al gran ballo in maschera alla Fenice di Venezia! Il suo sorriso mi riempiva il cuore; poi, quel maledetto giorno, tutto finì. I suoi occhi acqua marina si spensero di colpo. Solo grigio, plumbeo come le nubi che anticipano un temporale. Il suo sorriso? Sparito, nascosto dietro labbra sigillate e sempre più sottili per non far trasparire più nulla di sé o per rinchiudere chissà dove tutto l’amore provato, tutta la bontà elargita, tutta la dolcezza con la quale alla sera coccolava me e mia sorella, una volta che ci eravamo infilate il pigiama di Topolino.
Perdonami se ti affliggo con i miei problemi, ma parlare con qualcuno spesso fa bene e credo di potermi fidare di te, sono quasi tre mesi che stiamo insieme e tu riesci sempre a farmi ridere. Per me non è poco.
Ieri notte, quando sono tornata a casa, il tuo amico Roberto si è stupito nel vederci ancora insieme: non ci dava più di due settimane. Sai, credo che se un giorno tutto dovesse finire, non potrei mai dimenticare questi momenti, neppure quando sarò ormai sposata e con dei figli. Se ripenserò ai miei diciotto anni, la prima persona che mi verrà in mente sarai tu. Per quanto banale possa essere, il primo amore non si scorda mai.
Amare… E’ una sensazione così strana, coinvolgente, ma terrificante al tempo stesso.
Caspita, quante sciocchezze sto scrivendo, non ti biasimerei di certo se ti mettessi a ridere! Quando sono con te o penso a te mi sento così indifesa e non capisco più come dovrei comportarmi. Perché? Altre volte temo di tenerti troppo legato a me, di non lasciarti quella libertà che vorresti. Se è così, ti prego, dimmelo e vedrai che cambierò.
TI AMO
Continua mercoledì 20 maggio.
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