Lettere

Le bugie sepolte nel mio giardino

Cara Ju- ran,

apprezzo la tua premura: non ci conosciamo, eppure mi hai scritto. Ti ha messo in allarme un amico, incontrato per caso tra gli scaffali della libreria.  Come dargli torto, sono scomparsa improvvisamente. Per me è sempre stata consuetudine prendermi delle lunghe pause, ma lo avevo avvisato. Lui soltanto, così simile a me, solo più sagace. Solo? Talvolta vorrei avere la sua arguzia, oltre alla sua innata dote da autodidatta. Mi chiedo. Quanti libri dovrò masticare prima di raggiungerlo? Inarrivabile, quel “maledetto” topo da biblioteca!

Mi sento la volpe che non arriva all’uva. Splendido animale, però; una volta mi ha attraversato la strada, abbagliato dai fari dell’auto. Che inchiodata ha fatto mio marito!

Ho letto che in Giappone è anche simbolo di trasformazione; in Corea? Ti confesso che un poco mi ci sento in trasformazione, sarà che mi sono avvicinata alla meditazione. Ne avevo bisogno. Una o due cose avrei voluto seppellirle pure io nel mio giardino.

Galera a parte, sarebbe stato inutile. Vanga e spazio dove scavare ne ho in abbondanza, ma il mio piccolo Blacky, con le sue unghiette affilate, sarebbe in grado di rendere vano ogni mio sforzo. Una zolla di terra livellata alla perfezione rimossa freneticamente dalle zampe minute di un pincher incrociato non si sa bene con chi. Per come salta abilmente sul poggiatesta del divano potrebbe essere il frutto di un concepimento azzardato (che poi, forse, al giorno d’oggi non farebbe così clamore con tutta la confusione che si respira. L’asterisco alla fine delle parole si sono pure inventati e tanto altro ancora, con tutto rispetto scrivendo. Ci si scaglia contro ogni definizione, dimenticando che persino una sigla inclusiva è una definizione. Non è forse un‘enorme contraddizione?): Blacky, il cagatto, che non so perché mi fa venire in mente Alice, nel paese delle meraviglie. Mi fa venire in mente anche un cag…Beeep!!! Mi fermo qui per non sembrare troppo scurrile, sottolineerebbe subito mia madre.

Suvvia, non arricciare il naso, per la mia affrettata “confidence”: mi hai scritto tu per prima, raccontandomi di peggio, senza neppur sapere chi io sia. D’altronde, funziona così: siamo maggiormente propensi a confessarci con gli estranei, che con chi ci è caro, credendoli magnanimi. Un inganno della nostra mente.

Il mio indirizzo, chi te l’ha dato? Jack? Chi ha il cuore rotto affina i propri sensi, percepisce meglio gli umori altrui. Un cuore meccanico ne riconosce uno di pietra e viceversa.

Certo che, avendo letto la tua storia, potrebbe essere plausibile pure che l’abbia trovato tu stessa il mio recapito.

Hai una grafia pulita, elegante e precisa, specchio perfetto della disciplina d’estremo oriente. Non come la mia: caotica e, a tratti, incomprensibile persino alla sottoscritta.

Grazie per avermi raccontato la tua storia. Mi ha insegnato ad ascoltare la voce che alberga in ognuno di noi, ma che preferiamo ignorare. Possiedo una laurea ad Honorem con dottorato, in questo. Maledetto irresistibile quieto vivere! Quante vittime fa nell’arco di un’unica giornata? Ventiquattrore per uno sterminio; ancora meno per farsi un’idea sbagliata, se ci lasciamo soggiogare dai condizionamenti. Le apparenze, poi… Mostri sacri del camuffamento, ti impediscono di riconoscere chi mente. E poi chiedi a me se voglio tornare. Un domandare che sa di comando. Tu sei tornata? Hai cambiato il tuo destino o lo hai lasciato nel fango del tuo giardino?

Appartiene alla filosofia buddista la credenza secondo cui ognuno di noi può ricostruirsi ogni giorno? Una rinascita perpetua in grado di cancellare le nostre macchie meglio di un detersivo. Ironizzo, ma ci sto provando. Vado in cerca di segnali – tu diresti “indizi” – che mi guidino nelle scelte, quando occorre.

Qualche mese fa sono stata su un lago di montagna. A riva mucchi di fiori acquatici e il riflesso di splendidi fiori gialli, un tappeto di ranuncoli degradante verso l’acqua torpida. I botton d’oro. Bellissimi e velenosi. Come alcune persone.  Ho letto da qualche parte che il ranunculis acri, nel linguaggio delle piante può avere diversi significati, a seconda che lo si consideri per l’aspetto o per le sue proprietà. Secoli fa si diceva che potesse tirar fuori il male dal corpo di una persona, ma una leggenda dice che sia una stella trasformata in dono per Maria da Gesù. Il bene e il male in un unico germoglio.

Cara Ju- ran, tu ancora non lo sai, ma io amo molto le associazioni. In un lampo ho visto il fior di loto che si usa negli esercizi di radicamento. Mi piace alzarmi presto al mattino e dedicare qualche minuto alla meditazione, mi aiuta a controllare il rimuginio interiore. Sai che intendo. Tu lo fai ancora? O i tuoi pensieri intrusivi sono rimasti sottoterra? Pensa come ogni oggetto, persona, istante, per quanto lontano possa essere da noi, contribuisca a creare il nostro presente, come nel film La treccia. Solo ora che sto rispondendo alla tua lettera ho notato il segnale. Ho rivisto la mia mano allungarsi tra i rami pungenti e le foglie lisce del Viburno, lungo l’asfaltata che porta alla palazzina dei reclusi. Credo che ci sia più vita lì che altrove. Se un Dio esiste, vive tra quelle mura, tra quei sorrisi sdentati, ma autentici.

Allora ho capito che prima di tornare devo fare il vuoto. Datemi tempo, tu e gli altri. Quanto? Un anno, credo. Detesto la fretta. Sono per i ritmi lenti, per le pause rilassanti e un passo per volta. La frenesia di oggi per me è una bara e io complice della mia morte. Le mie parole stanno assumendo un tono gotico, secondo te? E il problema sarebbe? Tim Barton ne ha fatto nuova arte. Grande e piccolo schermo traboccano della parola morte e io dovrei cancellarla dal vocabolario? La tua è una vita di morte, la mia proprio no. Pertanto, mia cara Ju-ran, non resterò complice. Vivrò e lo farò a modo mio.

Tua affezionata,

E.

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