La ragazza nella nebbia
Caro Vogel,
mi risulta strano, quanto difficile, scrivere a te. So bene che sei un personaggio di fantasia, ma la nebbia che ti avvolge tra le pagine riesce a renderti tanto nitido da immaginarti vivo. Pare una contraddizione, una sorta di ossimoro della percezione. In fin dei conti, è questo che fanno i libri: talvolta, distorcono la realtà. O l’immaginario?
Probabile che dipenda dal lettore. Personalmente, preferisco pensare ad un processo di alterazione del vero. Se intuissi il contrario, avrei paura di confrontarmi col mondo là fuori.
Di paura ne ho avuta tanta anche nel tuo universo, paura che possa essere riprodotto nel mio microcosmo.
Ho cercato di non pensare, mentre leggevo, che tragedie del genere sono accadute, accadono e potranno accadere ancora. Accadranno sempre. Allora, non solo cancello dalla mia mente le immagini scaturite dalla lettura, ma anche le represse, rievocate dalla cronaca. Esse vivificano un dolore che mi ucciderebbe.
Il cervello fa scudo nell’istante in cui il cuore torna al panico provato la sera in cui i miei figli se ne stavano in palestra per gli allenamenti e all’autoradio passava la notizia di una scomparsa. Per non tornare a ricordi ancora più lontani, quando credevo che mio figlio e un suo amichetto si fossero smarriti, allontanandosi di soppiatto, tra i boschi liguri.
Fatico, caro Vogel, a dire che la tua storia sia una bella storia.
Lo trovo meschino, irrispettoso verso coloro che sono di carne ossa e sangue. Eppure, lo è bella!
Un’analisi attenta dei comportamenti umani e, per lo meno nei primi capitoli, genitoriali. Indaghi, ed è il tuo lavoro, la società locale adulta e il mondo giovanile. Chi avrà più segreti?
Ecco, la paura che torna. Mi ci specchio ogni volta che chiudo gli occhi davanti alle sacrosante e motivate ribellioni dei miei ragazzi. Mi chiedo quanto incosciente io sia stata e sia tutt’ora. Lascio correre riportando alla memoria le parole di Morelli, una mattina in radio. Lasciamoli fare, le risorse le hanno. Vigiliamo su di loro, ma da lontano. Ha ragione, mica facile, però. Soprattutto se si conosce la tua storia, Vogel. Storia che racconta ancora meglio del film le ombre che seguono o perseguitano chiunque.

Conscia di ciò, a suo tempo, avevo parlato con loro e chiarito che avrebbero dovuto chiamare la polizia se io o mio marito avessimo dato segni di squilibrio. Esiste sempre un’incoerenza tra valori trasmessi e comportamento effettivo. Credi abbia esagerato? Ma che te lo chiedo a fare…?
Sai, era tanto che non leggevo un thriller. Avevo scordato il lato voyeuristico che tal genere sa mettere in luce e tu lo fai alla grande. Non lasci respiro e chiunque faccia la tua conoscenza vuole arrivare in fondo alla questione, quasi con un insano desiderio di dare nome e cognome al male. Alzare le braccia vittoriosi ed esultare la propria ragione. Anche quando sbagliata. L’appagamento di un impulso.
Ha ragione anche Martini nel sostenere che sia il cattivo a fare la storia (pag. 134). Talvolta, la tranquilla, lenta quotidianità annoia e fa perdere interesse. Stranamente, sadicamente, riacquista valore solo quando profanata. Che cosa triste, non trovi? Tra le pagine sai spiegare pure questo, con chiarezza e similitudini calzanti. Le ho sottolineate. Non che ce ne siano così tante. Mi piacciono le similitudini. Credo siano lo strumento perfetto per ricordarmi che è tutta una finzione e fanno da ponte a sensazioni altrimenti difficili da spiegare e, al contempo, da far digerire.
Mi piacerebbe sapere come il nostro amico Bellomo avrebbe condotto la stessa indagine. Visto che siete – diciamo – colleghi, glielo chiederesti tu per lettera? Non vorrei esser considerata una stalker o roba del genere.
Ti ringrazio,
Elena
Continua giovedì 2 luglio.


