In finale
In finale, finalmente!
– Grande Teo, sei in finale! Tra poco cominci la partita. Carico, ok?
– Come no, sono sfinito, però mi sto divertendo un bordello. Sono stato fortunato: fin ora, mi sono scontrato con gente del mio livello…, ma la finale è tutt’altra roba.
– Ma pensa che figata se ti portassi a casa la coppa del mondo… Senti, ora provo a chiamare mamma. Non è ancora rientrata e rischia di perdersi la partita.
– Come se le importasse…
Stava ridendo, mio fratello, lasciando in sospeso un pensiero pronunciato ad alta voce. Aveva strizzato gli occhi a mezza luna, abitudine in comune con me e caratteristica di famiglia che permetteva di intuire subito se, in una discussione delicata circa le scelte politiche, le convinzioni religiose – se mai ne avevamo davvero – persino i gusti musicali si era seri oppure si stesse lanciando una leggera stilettata senza voler realmente offendere qualcuno, ma solo ironizzare un po’.
Si era fatto tardi, nostra madre Alice era sempre stata puntuale se si trattava di sostenere i figli in qualche attività, non lo era mai stata negli incontri di lavoro o con le amiche, ma quelle erano altre faccende. Dovremmo preoccuparci entrambi? Avvisare papà? Ma cosa mi stava passando per la testa? Mica sono sua madre, che diamine! Se non ha voglia di tornare a tifare per mio fratello, chi se ne frega, fatti suoi, no?
– Giulia, mamma t’ha risposto?
– Assolutamente no, – m’è toccato rispondergli, alzando indifferente le spalle per non alzare ulteriormente la sua soglia d’agitazione. Era già con la valigetta della squadra in mano, pronto a sfidare il campione del mondo in carica. Proprio una passeggiata, non è vero? Dove cavolo era sparita, quella?
Teo aveva adagiato la sua valigetta di legno sul tavolo da gioco, incurante, almeno in apparenza, dell’assenza di nostra madre e, ovviamente, delle sue amiche. Nessuno, tra i suoi compagni, si era accorto della loro assenza e tanto bastava per rassicurarlo e incominciare a preparare la formazione.
Mi è sempre piaciuto osservarlo nell’allestimento della squadra. Si muove con naturale lentezza, allungando le braccia sul panno verde con le mani appena sotto la scatola, per non rischiare di segnare la superficie di gioco. Estrae una miniatura dietro l’altra, lucidando le basi su un panno bianco e grigio contornato dai colori patriottici verde bianco e rosso. Le muove a ritmo cadenzato, testandone la scorrevolezza sul tavolo per qualche centimetro. Mi sembra una danza e, ogni volta, rischio di imbambolarmi seguendo quei buffi omini non più alti di mezzo pollice.
Li osservo pregustando il momento del loro schieramento, che cerco sempre di indovinare. Non mi riesce quasi mai, ovviamente. Teo è furbo, sa che se vuole vincere deve evitare di essere ripetitivo. La maggior parte delle volte le sue azioni restano difficili da prevedere e mettono l’avversario a dura prova.
Mi piace guardarlo mentre versa qualche goccia di lucido sul riquadro grigio di cotone sottilmente intrecciato. Una parte di me, quella competitiva, tutte le volte spera che esageri a dosarlo, compromettendo le scivolate, ma non è mai così. Peccato. Mai che si dimentichi di togliere l’eccesso di liquido, sfregando le basi sulla metà bianca del panno. Come sfrecciano bene quei piccoli calciatori di plastica, da veri marcatori.
Terminata la “vestizione”, piega il panno, passa scaramantico indice e medio, in segno di vittoria, sulle spille tonde dei club italiani che ha infilzato nel rivestimento di gomma piuma della valigetta e spera di aggiungere un nuovo adesivo dei campionati a completarne il rivestimento esterno.
Quindi la suonata di famiglia sarei io, che mi tengo in tasca Llorente e mi tatuo con l’hennè? Boh! Senza considerare il fatto che lui le miniature se le compra bianche e poi le dipinge con gli acrilici! Usa persino delle decalcomanie per imprimere sulla maglia scudetto, nome, numero e squadra del calciatore. Follia, follia pura.
Un giorno il Mister gli ha consigliato di riflettere sul tipo di gioco a lui più congeniale e, sulla base delle riflessioni fatte, scegliere la base adatta. Per la prima volta ho visto Teo seduto davanti alla Play con lo schermo blu. Non stava giocando, era a gambe incrociate e occhi chiusi. La respirazione lenta lo faceva sembrare in meditazione Jedi.
– Che la forza sia con te, – gli avevo gridato sull’uscio, rimediando una sonora ciabattata. Mi sa che non stava poi così meditando.
Sono certa che, prima d’allora, non s’era mai posto il problema delle basi da usare a seconda della tecnica impiegata: attacco, difesa, passaggi lunghi o brevi, gioco d’aggancio, tiri ad effetto o al volo.
Ora, nella palestra tra Jemelle e Rochefort, quell’attimo di disconnessione poteva tornare utile per pianificare la giusta strategia. Non stava partecipando ad un goliardico Regionale seguito da una cena a base di salamelle grigliate e fiumi di Gutturnio, stava per scontrarsi contro il campione mondiale, per giunta pure connazionale. Era proprio il caso che si riconsiderasse come atleta, non solo come giocatore a tempo perso, seppur capace e appassionato.
Più semplice per lui, che per me sinceramente, mancino abituato a giocare in attacco durante il fine settimana sul sintetico, optare per un gioco intuitivo e veloce in direzione della porta. Di conseguenza aveva scelto le C5 Plexy monoblocco, molto diverse dalle mie C3 tricomposte. Ci stava.
– Three two one, play!
Improvviso, il silenzio si fece largo tra gli spalti, senza riuscire, comunque, a coprire il mio grido a labbra serrate.
Mia madre, dove cazzarola era mia madre, che la finale stava iniziando!
Continua lunedì 8 giugno.
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In foto di copertina: A. Lupi e M. Lastrucci, Subbuteo LW storia e curiosità.


