Arrendersi mai!
Arrendersi? mai!
Quando Alice aveva lasciato la palestra in cui stavano gareggiando i figli, il border stava chiamando il secondo tempo dei quarti. Teo aveva schierato la squadra grigiorossa in posizione d’attacco, per nulla preoccupato di trovarsi di fronte ad un gigante del calciotavolo spagnolo.
Lo sguardo sereno e le labbra appena sollevate in un sorriso divertito avevano lasciato intendere alla madre che allontanarsi per bere una birra trappista o un caffè annacquato con le amiche fosse una gran bella idea. Era stufa marcia di starsene seduta in bilico su una trave per ginnaste, collocata a mo’ di spalto in un angolo della palestra. Alle otto del mattino i pochi posti erano già tutti occupati da giocatori e accompagnatori ben più mattinieri di lei.
La prima parte della partita si era giocata con annoiata lentezza, nessuno aveva piazzato la pallina in rete, nessuno sembrava prevaricare l’altro. Si poteva presagire uno spareggio ai piazzati. Giulia, l’altra figlia, stava arbitrando, quindi proprio nulla impediva ad Alice di lasciare la palestra. Del marito non le importava molto, sapeva bene che, durante i campionati, esisteva un’unica relazione: quella con il panno verde, perfetta riproduzione del campo da calcio, con tutte le sue dinamiche distorte. Alcune anche divertenti.
Al fischio della ripresa la tensione si faceva sentire, il battito cardiaco degli atleti – termine che faceva ridere sotto i baffi le mogli dei più attempati – accelerava di pari passo al ritmo di gioco.
Nel bosco stava accelerando anche il battito di Alice, insieme a quello delle sue quattro compagne di sventura.
Il lungo lamento selvatico udito appena prima le aveva incollate all’erba umida dello slargo in penombra, ove si ergevano solenni due frecce direzionali incomprensibili. Da che parte andare? Erano in pericolo? Che bestie si nascondevano tra i rovi pungenti del sottobosco? Si erano perse?
– Ragazze, secondo me, sarebbe meglio tornare indietro…
– Ma sei matta??? – intervenne Laura, abituata a districarsi continuamente nel traffico frenetico di città, mettendo in bella mostra la stazza giunonica e il lato pratico del proprio energico carattere – Non vedi che sta già calando il sole? Io non ci torno in mezzo al bosco, preferisco andare per la radura! È più facile accorgersi se qualcuno o qualcosa si sta avvicinando a noi.
– Grazie, ora siamo molto più tranquille. Ci hai veramente rincuorate. Vatinni… bedda mia!
Alice, ascoltandole, non riusciva a perdonarsi d’averle trascinate in una situazione ben poco divertente e continuava ad immaginarsele sequestrate, non si sa bene come e da chi, senza alcuna possibilità di sopravvivenza. Aveva letto troppe storie noir nordeuropee, doveva piantarla di giocare all’investigatore sadico. Avrebbe fatto meglio ad approfondire qualche piacevole lettura bucolica, se non era già troppo tardi.
Mai più scariche d’adrenalina, ma infinite flebo di glucosio nel cervello. Era meglio!
– Sveglia alice, dobbiamo procede o tornare indietro? Visto che la conosci tu ‘sta ciclabile, vorremmo proprio sapere da che parte andare.
– Seguiamo il ruscello.
– Sicura?
– Sicura.
Certa della direzione non lo era affatto, ma non poteva continuare a mostrarsi tanto incerta, ne andava del suo stesso onore; rischiava di diventare lo zimbello di mezza Europa, peggio ancora, di buona parte del mondo, visto che a Jemelle si stava disputando un campionato intercontinentale! Non poteva permettersi di lasciare che si perdessero sul serio. Doveva sforzarsi di rimanere vigile, razionale, persino un tantino ottimista.
In fin dei conti, ululato a parte, nei paraggi non si era vista anima viva. Difficile che proprio lì si aggirasse Jason Voorthees con la sua inquietante maschera da hockey. Che poi lo psicopatico in questione bazzicava dalle parti di un lago americano: troppo distante per decidere di fare due passi in Belgio per prendere ad accettate cinque sfigate che non riuscivano a riconoscere manco un segnale stradale!
Quasi avessero sentito i suoi pensieri, Laura, Giovanna, Sara e Lisa si alzarono di scatto correndo verso Ovest. Parevano indemoniate. Alice fece fatica a recuperare la distanza, la rinite le impediva di respirare col naso e correre a bocca aperta non era così piacevole: le labbra, seccandosi, si ferivano, la gola asciutta bruciava e i moscerini ingurgitati le facevano schifo.
Cinque minuti e si ritrovò a sbattere contro la schiena di Sara.
Rimasta indietro, Alice, si era lanciata in una affannosa corsa ad occhi chiusi, per evitare di intravedere improbabili personaggi kepleriani. Non si era accorta che le altre si erano arrestate di nuovo. Scusandosi con l’amica, si massaggiò frettolosamente la fronte arrossata e si mise a fissare, immobile come le altre, la ragnatela di rotaie e l’edificio di mattoni rossi.
Tutto sembrava dismesso da anni. Le finestre all’inglese del vecchio edificio industriale erano spalancate nel buio. Alcuni infissi scrostati penzolavano dall’alto accanto a loro, mentre dalle fessure nella calce spuntavano ciuffi d’erba secca simili a scompigliate parrucche sintetiche. Dall’altra parte del selciato due vagoni, in parte arrugginiti e ricoperti da inequivocabili murales osceni, la dicevano lunga sul luogo raggiunto. Giovanna squarciò il silenzio intorno gridando terrorizzata: piccoli calcinacci l’avevano colpita sulla nuca senza farle alcun male, ma il cuore aveva perso all’istante un battito. C’era qualcosa lassù, dietro la finestra del terzo piano.
Un’ombra, ne era sicura.
Continua lunedì 1 giugno.


