Grida di giubilo
All’improvviso il Velodromo intero rimbomba delle grida di giubilo di chi ancora stava seguendo la competizione, nonostante l’ora tarda. Nonostante le contrazioni nervose dello stomaco, digiuno da ore.
Eh sì, perché, colazione a parte, mentre si gareggia, non è che ci sia anche il tempo o la possibilità di sgranocchiare qualcosina. Magari! E anche se fosse, il regolamento ufficiale vieta categoricamente di mangiare in prossimità dei campi.
Bere non mi è ancora molto chiaro se sia consentito o meno, visto che, al termine dei tornei, quando le luci si abbassano, l’eco torna a rimbalzare tra le pareti della palestra e gli accompagnatori scalpitano per rientrare a casa, sotto i tavoli da gioco restano le carcasse trasparenti delle bottiglie d’acqua e quelle colorate delle lattine di birra. Ma non dovrebbe essere vietata la somministrazione di bevande alcoliche – Belgio a parte, questo l’ho capito – agli atleti? Ecco spiegato come possano esser pesanti alcune valigette. Non sono le bombolette di colla spray e i timer, ma le lattine a pesare!
Personalmente non ce l’ho con chi si fa un sorso o due, ma mi viene un nervoso dell’accidente se sono i soliti a riordinare tutto, anche quando non hanno organizzato l’evento o non hanno piantato in giro alcunché.
Hai ripreso la tua valigetta a fine partita? Bene, riprenditi pure la bottiglia vuota che fai finta di dimenticare! ‘Sta gente si fa venire le convulsioni se ad uno di noi ragazzi cade per sbaglio un mozzicone e poi fa finta di dimenticare una bottiglia. Considerato che la plastica si decompone in quattrocentocinquant’ anni, l’alluminio in cento e le sigarette in uno, non so chi sia più intelligente…
Interrompo le inutili riflessioni del mio improvviso e sicuramente provvisorio slancio ecologista – nonostante la testa tanta fattami a scuola – per correre nella sala dove si stavano disputando le ultime partite.
La confusione è totale. Gente che si abbraccia incurante del sudore che gronda dalla fronte e inzuppa le maniche sotto le ascelle, ragazzi a torso nudo che regalano la maglia numerata alla ragazza carina della squadra avversaria, gruppetti che cantano l’inno nazionale con la mano sul cuore, il microfono del board che inutilmente cerca di richiamare all’ordine. Genitori che sollevano in aria i vincitori più giovani.
Confusa dal clamore variegato, cerco nervosa il podio per le premiazioni. Eccolo, mio fratello si sta dirigendo proprio lì. Seguito, a fatica, da mio padre, che viene fermato ogni tre passi da un amico diverso e pure da qualche sconosciuto. La mia rabbia sale e decido di non aspettare mia madre. Mi precipito con gli altri ad acclamare Teo, ormai campione del mondo.
Riesco a sdoppiarmi: lascio alle mie spalle Giulia incazzosa con Alice e mi godo tutta la felicità di mio fratello, quasi fosse la mia. Quasi, perché ad essere sincera rosico un pochino: il podio fa gola a tutti, soprattutto a chi, in passato, c’era già salito. Pazienza, sarà per un’altra volta. Ho un anno di tempo per scalare il ranking, venir convocata e giocare ai Mondiali. Pare si disputeranno da noi, in Italia. Non so se esser contenta, però: niente aereo, niente parole straniere da imparare, niente cucina diversa da assaggiare. Peccato, ma me ne farò una ragione. Sarà come nel calcio vero, quando la Juve gioca in casa: le prestazioni diventeranno migliori.
Inizia la premiazione e resto di stucco. A momenti mi si stacca la mandibola: Jean, lo sconosciuto amico di mia madre Alice, sale sul gradino più alto, tenendo in mano un mazzo gigantesco di medaglie. Il compagno di bevute, il tizio biondo con gli scarponi infangati ai piedi, gli si avvicina rispettoso. Quello si china appena e lascia che l’amico gli infili sulla spalla destra una fascia nera, gialla e rossa. Jean ringrazia appena prima che gli venga infilata anche una seconda fascia tricolore. Questa volta verde, bianca e rossa.
Alice circonda la mia vita con il braccio sinistro, strizzandomi troppo come al solito. Riesce a farmi bruciare lo stomaco, ma forse non è propriamente lei la responsabile. Non lo sono neppure i suoi nuovi amici, a quanto pare. Potrebbe esserlo il cattivo pensiero che ho avuto di tutti loro. Malefico, ha instillato nel mio cuore il seme della gelosia. Ma, effettivamente, se non ha attecchito in papà, dovrebbe forse farlo in me?
– Tatona, speriamo che tuo fratello non si incazzi troppo per non esser stato visto vincere da noi due. È che dovevo assolutissimamente farti conoscere il sindaco. Una storia assurda, io e le altre. Che spavento! Dopo, a cena con tutti, vi racconto.
E mi sono ritrovata a tavola con Alice, mio padre e mio fratello, il sindaco Jean con i suoi consiglieri, le amiche di mamma con famiglia, il nostro presidente e quello della squadra belga. Grandi assenti, il Bianconiglio e il Cappellaio Matto, ma non ne sono sicura.
Cosa ci facevano sindaco e consiglieri nell’edificio abbandonato? Dei rilievi per iniziare i lavori di riqualifica ferroviaria a Rochefort.
Continua martedì 7 luglio.
Una lettura per bambini e non solo:
Una vita da Bottone – di Marina Allara
Il Subbuteo che volò col libeccio – di Mario Giaconi
Subbuteo. O per gioco. Una stagione attraverso cronache, aneddoti, calcio «vero» e regolamenti – di Roberto di Giovannantonio (Anche vers. digitale)


