La vittoria degli under 12
Racconti del mio Re Leone

Conseguenze

Ho perdonato mia madre per esser stata, per ovvie ragioni, la grande assente durante la finale giocata da mio fratello ai mondiali di Rochefort? Io sì, ma Teo le ha tenuto il muso, mi pare, per circa due mesi, giorno più giorno meno. Non posso dargli tutti i torti, visto che quella piccola Alice persa nel suo mondo – ma guarda te cosa devo mai pensare della donna che mi ha messa al mondo – è riuscita a far perder l’esito della partita pure a me.

Strabiliante conseguenza dell’azione irresponsabile e pure un tantino imprudente del mio genitore femmina: l’indipendenza del figlio maschio, il quale ha imparato a sbrigarsela da solo, al contrario di me.
Mai una volta che le chieda di preparargli una colazione speciale o di portargli in classe quaderni e libri dimenticati a casa.  Mai che si faccia dare un passaggio in auto o le chieda di aiutarlo nei compiti di scuola. Bravo, ma li farà veramente? Vedremo alla fine dell’anno. Anche prima, se sentirò i miei sbraitargli contro sequele infinite di raccomandazioni prima, divieti in itinere e imprecazioni poi.
Quando li sento sbottare ho un travaso di bile che mi rovina l’intera giornata e i timpani lesi irrimediabilmente. Unica nota positiva: se la pigliano con lui e non con me, così riesco a star fuori casa oltre l’orario concordato senza che se ne rendano conto. Che babbi!

Insomma, per vendicarsi di nostra madre è diventato quasi un figlio modello, in apparenza. Quasi, perché non è che si rifaccia il letto o si metta a fare le pulizie (manco io, per la verità). In apparenza perché, se potessi svuotare il sacco, quanti altarini che svelerei! Ma gli voglio troppo bene, quindi, muta come un pesce. A meno che io non decida di ricattarlo per ottenere qualche vantaggio. Mmh, al momento non mi viene in mente alcunché. Lasciamo perdere.

Potrei chiedergli di lasciarmi vincere qualche volta in più, ma poi avrei troppi rimorsi di coscienza. Non so neanche se ci riuscirebbe, a perdere apposta, e se io, una volta sul campo, glielo permetterei. A tavolino si possono dire tante cose, ma una volta schierate le miniature sul tappeto verde l’atmosfera cambia completamente. Forse l’unico momento in cui sia possibile pensare o cambiare strategia sarebbe durante il torneo a squadre. Conoscendo gli avversari e il loro stile di gioco, qualche pronostico il mister, spalleggiato dal capitano, lo fa sempre e sulla base di esso, durante le partite, può suggerire se smorzare il pressing sull’avversario o meno. Addirittura, può sostituire un titolare con una riserva. Proprio come nella Federcalcio.

Contrariamente a quanto si possa pensare, il CDT – sigla che sta per calcio da tavolo – è pure un’attività collettiva: si può giocare uno contro uno, oppure in squadre da quattro. Ovviamente un giocatore e un avversario per tavolo. Sarebbe problematico giocare tutti sulla stessa area di gioco, già in due si rischia spesso lo scontro fisico! Mettici pure l’arbitro in mezzo e si può tranquillamente sfatare il mito del terzo che gode tra i due litiganti. Quanti espulsi per comportamento antisportivo che ho conosciuto, ma tutta gente per bene.

È che il panno verde surriscalda gli animi nello stesso modo del prato del Bernabeu. Bello stadio, panchine dei giocatori comodissime, tipo poltrone ergonomiche extralusso, spogliatoi da spa cinque stelle, museo interno che raccoglie la miglior testimonianza storica del calcio madrileno.

 Mio fratello, che sa vita morte e miracoli dei giocatori, mi ha raccontato che nel luglio del 1982, Dino Zoff, capitano della nazionale italiana, si portò a casa la Coppa del Mondo. Era la terza vittoria italiana e la finale era finita gloriosamente tre a uno, contro la Germania Ovest. Mi fa strano pensare che esistessero due nazionali tedesche, anche se la storia amara del muro che le divideva la conosco, non bene, ma la conosco.

Si impara anche dal calcio, ho detto a mia mamma Alice, davanti alla biglietteria del Real Madrid, ma lei niente. In fissa per il Prado, ha brontolato con tutti fino a quando siamo saliti in aereo per rientrare. Ci fossimo andati solo noi, la nostra piccola famigliola, potevo pure sopportare il nervoso represso di Alice, ma eravamo con alcuni compagni di calciotavolo. C’erano pure altre signore, ma l’unica a lamentarsi era lei. Sempre lei. Al solito, si lamentava da sola.

Da sola. Si lamentava da sola, quando avrebbe dovuto esaltarsi per la vittoria italiana under 12 sulla Spagna. Avevamo vinto quattro a zero, ma non era stato sufficiente a strapparle un sorriso. Avevamo vinto in tutte le categorie. Un trionfo vero per tutti, giocatori, amici, famigliari, tifosi, ma non per lei. Pensava solo all’affronto inaudito di aver scelto unanimemente la visita allo stadio e non al museo d’arte. Arte di cui, tanto, non capiva quasi nulla. Me lo aveva detto lei che, da ragazza, aveva scambiato la riproduzione di un disegno di Picasso per uno scarabocchio del figlio più piccolo del suo istruttore di scuola guida.

Conseguenza? Resto sempre più convinta che le mie preziose miniature restino la miglior via di fuga dalle figure imbarazzanti di mia madre.

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