Piste cyclable
Piste cyclable. Il cartello era fissato a pochi passi da loro, ben visibile dalla carreggiata che avrebbero dovuto ripercorrere Alice, Laura, Giovanna, Sara e Lisa, per rientrare al Velodromo dove si stava ancora disputando la prima giornata del Campionato Mondiale di Jemmelle.
Oltre il segnale stradale che vietava ai veicoli a motore di sfrecciare lungo il sentiero sterrato si intravedeva un fitto bosco di latifoglie, intervallato qua e là da abeti altissimi. Quel segnale pareva proprio essere l’invisibile porta d’accesso a Terabithia.
– Ragazze, scusate, ma non possiamo proprio riprendere la statale con un paesaggio simile!
– E se ci perdiamo?
– Ma chi??? Hai visto anche tu sull’opuscolo che Rochefort è collegata ai paesi vicini tramite un’attrezzatissima pista ciclopedonale! Le hai viste le immagini dei bimbi in bici belli sorridenti! Se la percorrono loro, vuoi che non ci riusciamo noi? Ci vorranno a dir tanto una ventina di minuti, mezz’ora al massimo se ci fermiamo per fare qualche selfie per il gruppo delle mamme. Respirare aria pulita non ha mai fatto male a nessuno.
– Vero! E sentite che meraviglioso profumo… Cos’è? Origano? Che voglia di pizza che ho! Quella mangiata ieri sera non mi ha soddisfatto tanto. Meno male che l’insegna diceva “vera pizza italiana”!
Giovanna, romana da sempre e stufa di deglutire gas di scarico almeno due volte al giorno per raggiungere dalla Tuscolana il negozio d’oggettistica in cui lavorava, ci mise due secondi a convincere le più recalcitranti della compagnia, inoltrandosi per prima.
Nessun raggio di sole riusciva a penetrare nel fitto della foresta per rischiarare le ombre scure che stavano avvolgendo gradualmente le cinque donne. Incuranti dell’ora continuavano a interrompere il passo per ascoltare lo scorrere rilassante di un ruscello nascosto alla vista, fotografare una campanula o ridere a crepapelle per il fiatone da sigaretta di Laura, che cercava inutilmente di convincere le altre a tornare indietro.
– Quanto siete carogne, – le insultava tutte, ridendo a denti stretti.

I minuti scorrevano veloci, tanto veloci da farle temporeggiare davanti ad un bivio che non riuscivano proprio a decifrare. Tre cartelli: due rivolti a destra, uno che seguiva la linea dritta dello sterrato. Nessuna località geografica indicata, solo il numero assegnato ai sentieri da percorrere.
Nessun problema, non ancora per lo meno. Potevano cercare la posizione su Google Maps e fare, di conseguenza, la scelta giusta. Era un’idea non propriamente da esploratrici, ma non potevano certo rischiare di perdersi e arrivare tardi alla finale degli individuali: come si sarebbero giustificate davanti a mariti e figli, convinti di esser assiduamente sostenuti da una tifoseria femminile che avrebbe fatto invidia persino a Ronaldo? Poverini.
– A me non prende. Si vede che il mio telefono non è abilitato, ha già qualche anno. Dovrei decidermi a cambiarlo.
– Giovanna, anche il mio non prende.
– Aspetta, guardo io, il mio è nuovo. O porca vacca, non c’è campo proprio.
Il silenzio che le aveva accompagnate sino a quel momento divenne del tutto opprimente. La romantica fiaba che avevano creduto di vivere in quella mezz’ora si stava trasformando in un temibile incubo.
Cinque donne straniere, che forse tutte insieme potevano formulare un’unica frase di senso compiuto in inglese non più complessa di “Where we are?”, sperdute in un bosco, senza possibilità alcuna di usare il cellulare. Perché il problema reale non era tanto trovare una mappa, ma contattare chi poteva, eventualmente, recuperarle.
Il ruscello rumoreggiava ancora e Alice sapeva che ascoltarlo poteva aiutarle a trovare la direzione giusta, visto che il corso d’acqua, sempre che fosse quello, passava anche per il retro del Velodromo. In compagnia dei figli vi aveva fatto una serie intera di scatti da modella dei poveri. Restava l’incubo di essere sole e se si fossero trovate in pericolo? La responsabilità sarebbe ricaduta su di lei, Alice. Angosciante.
Incamminarsi per il bosco era stata una sua idea, sua soltanto. Giovanna, precedendola, l’aveva appena spalleggiata, ma la decisione definitiva l’aveva presa lei e se fosse rimasta muta non si sarebbe ritrovata nell’imbarazzante situazione di dover giustificare la scelta, evidentemente sbagliata, di rientrare per un percorso sconosciuto.
– Bon, Alice, siamo fritte. Mannaggia alla tua smania da esploratrice fai da te. Come minimo ci dirai che appena riusciremo ad intravedere il Bianconiglio dovremo corrergli dietro perché andrà certamente nella giusta direzione! Che poi, spiegami, anche se potessimo usare il cellulare, secondo te, quelli là, mentre stanno giocando una partita, si degnerebbero di rispondere alla moglie o a una delle amiche? Manco ai figli rispondono!
– A questo punto io proporrei di chiamare il numero d’emergenza: so che funziona ovunque.
– Brava Sara, e come gli rispondi? In italiano? Forse riuscirebbero solo a capire S.O.S.
– Va beh, ma ci localizzerebbero, o no?
– E che ne so.
Si accasciarono tutte, a gambe incrociate, sul ciglio della stradina, non prima di aver steso la propria borsa sotto il sedere, per non bagnarsi gonna e pantaloni nell’erba umida della sera.
Gira e rigira, il sole cominciava a tramontare, i loro sorrisi a spegnersi, il viso di tutte ad impallidire. I cuori accelerarono di colpo il battito nell’udire un unico lungo ululato.
Continua lunedì 25 maggio.


