Immobile
Cara Alice,
mi spiace se ho lasciato trascorrere così tanto tempo prima di rispondere alla tua, ma ormai dovresti conoscermi bene e sapere che, ogni tanto, mi nascondo; scappo, mi faccio piccina picciò, esattamente come te quando addenti il fungo del Brucaliffo. E resto immobile.
Quanto è stato scritto sul significato più o meno occulto di quel gesto! Sai che in psichiatria si comincia a parlare di una vera e propria sindrome da inserire nel DSM-5? Sempre che non sia già stato fatto. Non sto parlando degli stati allucinogeni da assunzione di sostanze stupefacenti; mi riferisco ad una sindrome neurologica (?) in cui si altera la percezione spazio-temporale del sé organico. Non preoccuparti cara amica. Sono sana come un pesce. Sono solo un tipo un tantino insicuro, come molti.

Te l’ho scritto in precedenza, non ricordi? Quando scrivo, talvolta, torno piccola e dimentico che non sono più quella bimba impaurita. Ho creduto di essere Linda, poi Sabina e ora una tipa al momento senza nome; ma che vertigine! Per perdere contatto con la realtà, non ho neppure bisogno di mangiarlo, il fungo.
Sai, nel mese di agosto sono venuta a cercarti tra i boschi piemontesi, fin quasi in Val d’Aosta; facilissimo seguire le tue tracce: lasci troppi segni dietro di te. Pollicino docet? A proposito di fiabe: prova ad ascoltare i podcast di Lucarelli. Sono fantastici e talmente coinvolgenti che, ascoltandone uno su Hänsel e Gretel, mi sono lasciata tanto impressionare da sentirmi poco bene. Sempre sostenuto che ogni storia nasconde un lato oscuro che, per di più, tutti possediamo. Sarei curiosa di sapere quale sia il tuo? Il mio? Veramente l’ho chiesto prima io a te. Mi stai confondendo e sto perdendo, come al solito, il filo del discorso.
Nei boschi ti ho vista gettare con mal celata indifferenza il fungo giallo a lato del sentiero, molto prima di giungere al lago di Dres. Ma non era bianco e rosso?
Devo ammettere che mi hai tentata, mi sono fermata, con la scusa di riprender fiato, e ho estratto il cellulare dalla tasca dei miei pantaloni modulabili da trekking, versione super economica. Sarebbe bastato un velocissimo click: l’inquadratura era perfetta, il paesaggio pure. Avrei immortalato per sempre – che poi è un “per sempre” relativo, condizionato dal progredire o meno tecnologico – il segno inequivocabile del tuo incedere; tuttavia, in mezzo a tanta silenziosa profumata bellezza, ho desistito. Troppo inebriante il sentore di resina, troppo accecante il raggio di sole che filtra tra le conifere, troppo forte il desiderio di arrivare alla meta sudando ed esplorando ogni masso, ogni cespuglio, ogni rivolo d’acqua cristallina.
Ho resistito e non sono caduta in trappola. Ho spento il telefono e l’ho barricato in tasca chiudendo veloce la zip color ciclamino, in tinta con le stringhe e la para dei miei scarponi. Hai ragione, Capaldi inorridirebbe e, infatti, non glielo scriverò di sicuro. Gli racconterò di ben altro e già qualche idea ce l’ho. Mi pare, però, che pure tu ti sia adeguata alle tendenze, visto che quando ti ho incontrata, indossavi una bellissima maglia tecnica celeste. Celeste come il tuo abito di bimba, ma tecnica come gli indumenti indossati dai più agili scalatori.
Ti ho invidiata, sai? Ho invidiato la tua libertà altera, l’orgoglio mostrato nel procede in solitaria con a spalle uno zaino enorme; ho invidiato il tuo sorriso dolce nel comprendere la mia piccola sciocca fatica. Ti contemplo e ti ammiro. E osservo nello stesso modo tante altre come te, perché di Alice non ce n’è una soltanto, ce ne sono molte, tutte splendide nel loro incedere: una dai capelli rosso Tiziano, dallo sguardo severo e sempre di corsa; una mora, in perenne ricerca delle sue amiche mucche talvolta troppo indisciplinate; un’altra bionda che, seduta sulla sua scomoda due ruote, vorrebbe cancellare dal dizionario l’aggettivo QUALIFICATIVO “fragile”. E sai che c’è? Sono d’accordo con lei: fragile ‘n par de ciufoli! O tutti o nessuno! Non è la mia condizione a definire chi sono, ma lo è un insieme di qualità e azioni che svolgo ogni giorno, anche quando apparentemente resto immobile.
Immobile non lo è stata di certo Maria Oliverio, giudicata, punita e mai compresa. Qualcuno si è mai premurato di ricercare le ragioni più intime del suo agire? C’è sempre una motivazione persino nel gesto più folle, per quanto illogica essa possa essere ed è solo comprendendola che sarà possibile intervenire per evitare la tragedia. O no?
Ho incominciato a scriverti di Maria, perché uno degli aspetti che prediligo della lettura è la possibilità di percepire tra le pagine rimandi alla propria esistenza. Certo, non sono reali, tanto meno voluti dall’autore, ma chi legge, spesso, li ritrova. Ecco allora che sfoglio avida i capitoli anche solo per un nome: Maria, come mia nonna e Teresa, come una cara amica. Ci trovo persino un nome simile a quello del mio meccanico di fiducia. E ancora, i luoghi: il bosco, che non è lo stesso dei miei itinerari – e tanto non lo sarebbe comunque, lo stesso – ma che affascina e fa pure un po’ paura, come nelle fiabe; la montagna, coi suoi ruderi abbandonati, nei quali immagini si possa nascondere ancora la terribile Cicilla; l’ambivalenza di Napoli, colorata, barocca, seducente e, forse per questo, sfacciatamente truffaldina (quanto la Sila calabrese? Se hai letto il libro, già sai la risposta). Infine, la fauna: osservo l’impronta di un lupo lungo un sentiero degli Appennini emiliani e mi chiedo se, nascosta in qualche anfratto, ci sia ancora lei con la sua Bacca. Sento il mio cuore accelerare il battito e la paura strozzarmi la gola, ma è solo un momento: mio marito mi chiede se ho sete, allungandomi la borraccia. Confusamente rispondo e penso, fra me e me, che, dopo tutto, quel lupo non può far così paura, se Maria gli ha dato un nomignolo tanto simpatico. Di sicuro non è lo stesso animale di Sabina… Un caso che sia una lupa? Alzo gli occhi al cielo per ammirare le ali del Nibbio in planata, ma non so se lo è con quel piumaggio tanto candido. Se fosse un falco lodaiolo? Dovrei proprio chiederlo alla mia giocatrice di subbuteo.
E comunque, non mi trovo più sugli Appennini e neppure in Calabria: cara Alice, ti sto cercando lungo i torrenti cristallini del Gran Paradiso, intenzionata a perdermi come te in mondi immaginari. E lì, rapita dalle pagine de Italiana, ripenso ad un’altra straordinaria fata (o strega?): Saulina, allontanata dalla sua famiglia perché era l’unico modo possibile per sfuggire alla miseria o, per lo meno, non crepare di fame. Mi chiedo, visualizzando altre pagine, se vi siano diversi gradi di miseria e se si possa essere più miseri di un misero… Non ho tempo per distrarmi vaneggiando, o rischio di scivolare su un masso e sfracassarmi il ginocchio. Meglio rimettere nello zaino il taccuino e guardare bene dove metto i piedi lungo il sentiero. Non è una passeggiata restare sulla strada giusta. Nonostante i miei quasi cinquant’anni non so bene quale sia, ma magari questo ai miei figli non diciamolo…
Riprendo ora a scriverti dall’albergo, costruito dai Savoia, in cui era solito soggiornare Carducci, particolare che mi emoziona a tal punto da farmi telefonare immediatamente a mia madre per raccontarlo almeno a lei. Non mi stupisce che, a più di ottant’anni suonati, riesca ancora a declamare a memoria “Piemonte”, come non mi stupisco nel rendermi conto che quella poesia, come tantissime altre, proprio non riesco a ricordarla. Si stupirebbero gli altri nel sapere che siamo madre e figlia? Maria, ovvero la terribile Lucilla, certamente no, visto quanto dice a pagina 40 e poi a pagina 71. Sai, potrei leggere tutti i manuali del mondo, ma l’unicità del legame madri-figli resterebbe sempre per me un mistero quasi evangelico. Dovrei rimettermi a leggere Mancuso? Non so, per ora mi limito ad iniziare una saga famigliare, annotando luoghi che vorrei visitare l’estate prossima, perché indirettamente e per altre vie sono anche stati nostri.
Cara Alice, se ti ho incuriosita, ti scriverò ancora la prossima settimana.
Con affetto,
Elena


