Racconti del mio Re Leone

Un’ombra

Qualcosa si muoveva.
– Ve lo giuro, ho visto un’ombra spostarsi dietro la finestra rotta! Siamo nella merda veramente, adesso.

Al grido rauco e inaspettato dell’amica, Sara aveva stretto, rannicchiandosi il più possibile, le braccia intorno al petto, come se volesse ripararsi in un golf di morbido cachemire. Peccato indossasse soltanto una leggerissima camicetta in cotone azzurro. Le maniche a sbuffo e la minuta rouge che rifiniva il profondo scollo a v, da lontano, la ringiovanivano di almeno una decina d’anni. Merito anche della folta chioma corvina e del fisico tonico, mantenuto tale dalle due ore settimanali che trascorreva nella palestra di casa.

Alice sapeva che Sara non se la passava poi tanto male: dai genitori aveva ereditato un grande casale sulle colline palermitane, era sposata con un cardiochirurgo americano e faceva la ricercatrice presso il dipartimento di scienze dell’università cittadina. Tra loro, suffragette del subbu – così le definivano i rispettivi compagni, con tutto il loro entourage di giocatori e dirigenti – era sempre sembrata la più posata. Mai un eccesso, mai uno scatto d’ira. Ora, tuttavia, sembrava in procinto di un attacco isterico.

Il rossetto aveva perso tutta la sua lucentezza, rendendo violacee le belle labbra carnose, il viso ambrato sbiadito in un malsano giallo ittero e gli occhi, ricoperti di una patina acquosa, imbruniti dal turchese al nero petrolio.

Alice guardò di nuovo le altre, incapace di qualsiasi microscopico gesto. Non osava neppure alzare lo sguardo al cielo per accertarsi del calare del sole. Tanto era evidente, dalla poca luce rimasta, che il crepuscolo sarebbe durato ancora ben poco.
Il silenzio intorno a loro era surreale, tutto lo spazio intorno lo era: i vagoni in disuso, i mattoni soffocati dalla vitalba, il ponte a dorso d’asino che avevano appena attraversato.

– Es-tu perdu?
La voce baritonale proveniva proprio dalla finestra che Giovanna aveva indicato poco prima. Il cuore di tutte venne stritolato dal panico, mentre le loro bocche si serrarono incapaci di pensare una risposta.
Chi c’era là dentro, un uomo soltanto? O con lui c’era qualcun altro? Magari uno o più complici armati di coltello. Peggio, se poteva esserlo, armati di un revolver.

Nelle loro teste, la paura mutò in paralizzante terrore. Sara si mise a piangere in silenzio. Laura e Lisa strinsero le mani l’una nell’altra tanto forte da inciderne i palmi con le unghie smaltate. Alice, impietrita, si fece scappare qualche goccia d’urina, macchiando i city short bianchi di un piccolo alone giallastro. Nessun imbarazzo, in quel momento. Ci avrebbe pensato poi. Sempre se di un poi avrebbe potuto parlare. Sempre se fossero sopravvissute.

Erano in Belgio, in un bosco scoperto dalla rete, a un centinaio di chilometri da Marcinelle. C’erano passate tutte, una volta atterrate all’aeroporto di Charleroi. E non ricordavano il nome della cittadina per via della miniera, ma per gli atroci insensati delitti commessi all’inizio degli anni Novanta da Marc Dutroux.

Ripensando ai titoli di giornale di quel periodo, lo stomaco di Giovanna si contrasse tanto da far rifluire in gola un rivolo di puzzolente acido che, automaticamente, ricacciò giù, deglutendo. Complice era l’ex moglie, che schifo. Giovanna avrebbe voluto farsi trascinare dall’odio riacceso dai ricordi di una mai troppo sbiadita cronaca nera per escogitare un piano di fuga, ma tremava e il suo cervello era andato completamente in pappa. Sudava freddo, ora.
Si trovavano in una situazione quantomeno pericolosa e nessuna di loro aveva sufficienti risorse razionali per prendere le giuste decisioni che le avrebbero portate in salvo.

Lo scricchiolio sulla ghiaia di quattro pneumatici e il rombo di un vecchio motore le mise ancor più in allerta.
La vista di tutte si affievolì, gli oggetti circostanti cominciarono a girare vorticosamente e gli arti delle cinque donne si irrigidirono, punzecchiati da miriadi di spilli invisibili. In un confuso stato di torpore ognuna immaginò le ore successive al presunto rapimento.

Mariti e figli avrebbero più volte cercato di contattarle coi cellulari, qualcuno sarebbe anche partito a cercarle nei dintorni, chiedendo magari di casa in casa. Nel frattempo, calata la notte, i dirigenti italiani e locali avrebbero allertato la polizia. A Jemelle si sarebbe formato un comitato di ricerca, probabilmente con sede nel velodromo stesso, annullando i mondiali e vietando l’accesso a chiunque fosse stato estraneo ai fatti. Se necessario, gli agenti della vicina Rochefort avrebbero chiesto la collaborazione della polizia di Bruxelles, nel caso in cui le ricerche non fossero andate a buon fine.  L’intero bosco, con le vicine colline, sarebbe stato battuto da molteplici squadre di volonterosi cittadini, agenti e soccorritori. Si sarebbero concordati i tempi di rientro al campo base per sostituire e aggiornare le squadre successive.

La notte sarebbe stata lunga e non si poteva perder tempo. Forse avrebbero mandato persino un elicottero per illuminare a giorno la cupa boscaglia che le aveva inghiottite. Sicuramente sarebbe arrivata almeno una troupe televisiva e pure qualche giornalista di nera, ma era possibile che le autorità non avrebbero rilasciato nell’immediato alcun tipo di dichiarazione.

La macchina grigia, una vecchia Škoda impolverata, accostò accanto ad Alice, che indietreggiò fulminea di alcuni passi. Le ronzavano le orecchie e dovette sforzare alquanto la vista per mettere ben a fuoco gli individui che la occupavano. Un uomo robusto, probabilmente dalla statura al di sopra della media, barba malfatta e capelli rasati brizzolati era seduto al posto di guida; un vecchio smilzo, in tuta da lavoro, gli sedeva accanto. Le maniche arrotolate fino a metà braccio lasciavano in evidenza fasci di nervi e muscoli che, nonostante la magrezza, avrebbero potuto rompere ancora qualche naso.

I sedili posteriori erano occupati da un ragazzo biondo sulla trentina, dal ghigno sinistro, accasciato comodo a gambe larghe. La sinistra flessa sul bordo del sedile, la destra placidamente distesa tra quello posteriore e l’anteriore.  L’uomo indossava dei calzettoni di lana grezza da scalatore ed era scalzo. L’assenza di un incisivo e alcuni denti marci nella parte inferiore della bocca non lo avrebbero aiutato a sembrare simpatico, anche se oggettivamente lo fosse stato. Il biondino le osservava con eccessivo interesse, lisciandosi ossessivamente la camicia a quadri.

Le briciole di un panino trangugiato in un attimo caddero prima sui jeans e poi sul tappetino di gomma, tra gli scarponi lerci di fango rappreso. Distolto lo sguardo dalle donne si rivolse, incuriosito, al tizio che guidava.
Da quando era stata chiusa al pubblico, per la realizzazione di un piano di riqualificazione territoriale, nessuno passava dalla pista ciclabile che collegava Rochefort alla stazione parzialmente in disuso di Jemelle. Che ci facevano lì quelle cinque squinternate?

Continua lunedì 15 giugno.

Letture:
https://www.amazon.it/manipolati-pervertito-isolato-pedofili-Marcinelle/dp/8862221517

https://www.ibs.it/avevo-12-anni-ho-preso-libro-sabine-dardenne/e/9788845257131#a__abstract

https://www.ibs.it/veleno-storia-vera-libro-pablo-trincia/e/9788806240066

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