L’inizio
… In un guardaroba ridotto, che un tempo apparteneva alla stanza matrimoniale dei genitori di Linda. Quel nido segreto e raccolto era un rifugio sicuro dove poter sognare. A malapena riusciva a contenere un letto, un minuscolo armadio e una scrivania, ma da ragazzi non si ha bisogno d’altro… solo della propria tana dove nascondersi quando il quotidiano urla un po’ troppo e non lascia respiro.
Finalmente il leggero taglio sul polso destro ha smesso di sanguinare; le fragili vene bluastre pulsano ancora a ricordarle quanto troppo impulsiva sia stata a reagire di fronte alla rabbia della sorella.

– Sei una cretina, pensi solo a te stessa e te la prendi con la mamma che non fa altro che rinunciare a tutto… Lo ha sempre fatto… Compratela tu la macchina, invece di fare la parassita e piangere miseria… Io non ho i vestiti firmati che hai tu e non ho rotto i coglioni come te per ottenere l’appartamento e lo studio vicino all’ateneo… faccio chilometri avanti e indietro tutti i giorni con una bici di merda o a piedi… ma non mi lamento… stronza!!!
Il pugno di Luna sferza l’aria come una freccia che manca il bersaglio e Linda si ritrova a correre nello stretto corridoio che separa la zona giorno dalle camere da letto. Il cuore le batte tanto forte in petto da sembrare un martello pneumatico. Si precipita nella prima stanza che trova e chiude la porta troppo velocemente per rendersi conto di aver mancato la presa sulla vecchia maniglia di ottone e aver sfondato con la mano il vetro smerigliato della porta. Il suono dei vetri infranti distoglie l’attenzione del padre dai suoi gerani vermigli.
– Disgraziate cosa avete combinato ancora? Ci state facendo impazzire! E dove li trovo ora i soldi per riparare il vetro…!
– Se quella scema non si intrometteva…
– Cooosa!!! Ma se per colpa tua mi sono tagliata il polso! Potevo lacerarmi le vene, idiota!
– Basta adesso, vai a medicarti e tu, Luna, fila in camera a studiare se non vuoi che ti tagli la retta universitaria!
Il disinfettante brucia sulla pelle ferita di Linda, ma ancor di più fa male che sua sorella possa fare il bello e cattivo tempo senza che nessuno intervenga mai per correggerla. Quante volte i suoi le hanno intimato di mandarla a lavare i cessi, o almeno di sospenderle i viveri… Parole, parole, parole… Soltanto parole al vento, buttate lì più come dovere genitoriale che per l’intenzione di trovare concrete soluzioni per arginare gli scatti aggressivi di Luna.
Certe volte Linda si chiede come possano essere sorelle: giorno e notte, pensa, si assomigliano sicuramente di più e, in effetti, sembra che la statura, praticamente uguale, sia il loro solo denominatore comune.
Anche gli amici si fanno spesso la stessa domanda, seppur per ragioni diverse. Non è difficile notare la perfezione del profilo nordico di Luna, la cui pelle emana lo stesso candore celeste dell’astro di cui porta il nome. Le ciocche bionde di ricci ribelli le incorniciano gli occhi scuri da cerbiatta che, in diverse occasioni, l’hanno resa falsamente innocente nelle più strane marachelle infantili. La rendono simile ai putti di Raffaello e quindi come punirla se la sua creatività l’ha costretta a due anni ad imbrattare di uova e rossetto le pareti damascate della camera matrimoniale, o se, accortasi troppo tardi di un leggero ma impellente stimolo tra le cosciotte rosee, ha aperto le cataratte sul divano Luigi XVI.
Una sciocchezza, rispetto ai disegni cubisti lasciati sulla poltrona del salotto, indelebili ferite inferte con tutta la gioia sadica che un piccolo genio incompreso vi può riversare, marchiando così, per sempre, il pregiato tessuto bianco e oro, incolume dal 1870, ma rovinato in due giorni da una bambina pestifera.
Da non credere che un esserino tanto minuto sia riuscito, con quattro colpi di pennello a sfregiare orribilmente un pezzo d’asta di quasi undici milioni di vecchie lire. Possibile che solo Linda si sia resa conto di quanto pericoloso potesse essere quel visino d’angelo? Ma la perfezione, si sa, è una prerogativa divina e nell’uomo nasconde sempre un lato oscuro.

Forse proprio per questo, per i capelli corvini tagliati alla maschio, le labbra piccole e carnose che la fanno somigliare vagamente a Betty Boop e per tutte quelle lentiggini punteggiate su un corpo ancora incompleto, che Linda si sente imperfetta e prevedibile, riuscendo facilmente ad interpretare, con infinita naturalezza, il ruolo assegnatole da altri. Quello della equilibrata, pacata e benevola ragazzina della porta accanto che, il più delle volte, passa inosservata.
Eppure, tanta serenità rimane soltanto pura apparenza, una corazza di drago dietro la quale nascondere insicurezze, paure e sogni che di notte la tormentano spesso, lasciandole al mattino soltanto un cattivo odore di solitudine e abbandono. Alle volte le pare persino di perdere il controllo dell’unico essere che la propria coscienza potrebbe contenere, se stessa. Allora meglio chiudersi in camera, circondata dai poster di Eros e dei Duran, accendere il mangianastri e sulle note di “… Una terra promessa, un mondo migliore dove crescere i nostri pensieri…” (Eros Ramazzotti, Terra promessa, dall’album Nuovi eroi, 1986) distrarsi, confidandosi con chi sembra tanto vicino a lei.

Appoggiato alla scrivania bianca, tra libri e quaderni aperti a casaccio, un foglio rosa emana un leggero profumo di fiori freschi, vola nell’aria e la riempie della tenera dolcezza contenuta tra le righe ordinate di una lettera d’amore.
Nella penombra della stanza lo smalto perlato, steso con cura certosina sulle unghie di Linda, si riflette sul foglio formando deliziosi arabeschi, mentre l’inchiostro celeste compone un mare impetuoso di pensieri:
Donami solo una goccia
con cui io possa diventare il tuo mare.
Donami solo il profumo
per ritrovarti sempre
e offrirti il mio amore
in ogni momento
Donami ogni sorriso
per non scordarti mai
Donami solo un filo di seta
con cui possa legarmi al tuo cuore
e realizzare i sogni,
espressione di infinito amore [1]
[1] Poesia liberamente tratta da Tagore, Canti e poesie, Newton Compton Editori
Linda rilegge qualche volta la poesia rubata a Tagore, incerta se chiuderla nella busta o se farla in mille pezzi e tornare a studiare inglese per il compito in classe del giorno dopo. E’ così difficile concentrarsi su quel libro enorme di letteratura e così semplice volare via in un mondo ovattato fatto di cuori, baci e sentimenti… le pareti cerulee della stanza sembrano dissolversi gradualmente per lasciare il posto agli alberi secolari dei giardini pubblici ed ecco materializzarsi, quasi fosse vera, la panchina complice del primo bacio dato a Dodo.
Non gli aveva neppure lasciato il tempo di terminare la frase che per giorni si era ripetuto davanti allo specchio liberty dei nonni che già lo aveva anticipato appoggiando dolcemente le sue morbide labbra a quelle di lui. Era stata bene, per la prima volta da quando, non ancora tornata dalla vacanza studio in Inghilterra, era stata mollata con una squallida telefonata da Duca, soprannominato Cerino dagli amici, per la sua innata capacità di accendersi e consumarsi altrettanto velocemente per ogni gonnella che gli attraversava la strada. Come si chiamava la cittadina? P… qualcosa…
A poche ore da Londra, caleidoscopio di etnie ed eccessi, la scuola estiva di Paignton era situata nei pressi di un quartiere residenziale della riviera, circondata da campi fioriti e scogliere sfumate di verde smeraldo, ocra e terra di Siena. Tappezzata qua e là da rilassanti caffetterie e negozi alla moda.
Linda, Giulia ed Emma, le più fortunate della classe in trasferta, erano alloggiate in una villetta bianca in stile vittoriano con vista mare e piscina, a pochi passi dalla leggendaria ferrovia a vapore Paignton Dartmonth Steam Railway.
Circondata da un lussureggiante giardino, strabordante di erica, corniolo e ginestre, agli occhi di Linda e delle altre, Villa Anderson sembrava un castello incantato. Il giardino d’inverno, poi, lasciava loro pregustare la possibilità di godersi in tranquillità, comodamente sedute su un sofà, lo sciabordio delle acque solcate da Francis Drake o, sdraiate su un soffice kilim iraniano, un buon libro di Agatha Christie, nonostante il rombare del vento e della pioggia.
Quante volte, dopo le lezioni correvano a piedi scalzi lungo il sentiero che le divideva dalla spiaggia per tuffarsi nella spuma frizzante della Manica e rientrare, dopo un buon bagno, soltanto all’ora di cena. Cosa che non disturbava affatto i padroni di casa, assenti fino a tardi per lavoro.
Erano persone piuttosto schive e riservate, non amavano farsi notare e le ragazze non avevano ben chiaro che tipo di lavoro facessero. Avevano capito soltanto che la loro attività li costringeva a viaggiare spesso, per lo più in Italia e in Giappone dove, per diletto, avevano imparato alcuni piccoli segreti dell’arte liutaia. Conoscevano il Bel Paese dall’ottantasette, quando erano stati invitati grazie ad alcune conoscenze all’interno della redazione di The Strad alla prima edizione di Mondomusica, la nota rassegna internazionale dedicata agli strumenti musicali. La kermesse cremonese aveva riscosso notevole successo soprattutto tra gli appassionati stranieri del settore, liutai, archettai, musicisti, fornitori, ma anche filantropi, mecenati, collezionisti e neofiti amanti di Stradivari e dei suoi pregiatissimi gioielli ad arco.
Così la coppia non si era lasciata sfuggire l’occasione per visitare un piccolo scorcio di cittadina padana, con le sue botteghe artigiane e le sue tradizionali scuole di musica. Erano rimasti rapiti dalla precisione e dalla fantasia con la quale i sapienti maestri liutai riuscivano a trasformare un semplice pezzo di legno grezzo in uno strumento dalla perfetta melodia e avevano deciso all’unisono di portarsi via un piccolo truciolo di quell’incantevole mestiere.
Ma era stata anche l’occasione, visitando le affollate scuole musicali, per apprezzare il desiderio di imparare delle nuove generazioni e, non avendo figli, la scelta di ospitare per diversi mesi l’anno ragazzi provenienti un po’ da tutta Europa, era stata più che naturale. Quando il rettore, parente alla lontana, aveva accennato loro di alcune studentesse italiane, si erano mostrati entusiasti, proponendosi immediatamente come ospiti discreti, ma attenti ad ogni loro possibile speciale occorrenza.
Linda e le sue amiche non potevano desiderare di meglio. Jane e William le coccolavano da lontano, facendo trovare loro una perfetta colazione continentale al mattino e una cena già pagata in ristoranti e bistrot rinomati per la tradizionale cucina britannica o per quella esotica indiana, tailandese e cinese. Una sera erano persino riuscite ad assaggiare alcuni strepitosi piatti russi dell’Anastasia, una particolare combinazione tra piccolo ristò familiare e sala da tè.
Un luogo molto rilassante e carico di storie quasi fiabesche che il pacioso Nikon amava raccontare ai clienti radunandoli intorno ad un vecchio camino di pietra grigia, e offrendo loro una squisita vodka distillata personalmente. Particolare stravagante, i bicchieri di ghiaccio da tenere in mano solo infilando i caratteristici guanti in feltro raffiguranti pittoresche icone dei personaggi che ne animavano i racconti.
A lei erano toccati quelli vagamente spettrali della Baba Jaga, una vecchia strega spaventosa che, con la sua scopa di betulla, cancellava ogni sentiero nel bosco per far perdere l’orientamento agli ignari passanti. Osservandoli, si era chiesta se le cose accadono sempre per caso o se sono il risultato di qualche macchinazione cosmica alla quale non possiamo o non vogliamo sottrarci: i due guanti erano uno l’opposto dell’altro, bene e male, verità e menzogna, luce e tenebre, quasi una visione manichea del mondo.
Il guanto destro portava con se una vecchina familiare, una tenera Befana volante sulla sua scopa, dalla buffa gonna a righe gialle rosse e blu e dalle paffute guance rosate, dispensatrice di buoni consigli e saggezza, mentre il sinistro un essere spaventoso dai denti e dal petto di pietra, il naso di metallo e le gambe a forma di mortaio, rintanato in una casa d’ossa umane.

L’ambivalenza della strega aveva colpito l’immaginario di Linda che pensava un po’ a se stessa e alla sorella maggiore come spiriti altalenanti tra bene e male. “N’è carne, n’è pesce” diceva spesso nonna Maria quando, da essere fantastico misto tra la fata turchina e il grillo parlante, le prendeva in grembo tra le energiche braccia flaccide e rugose per far loro la morale su qualche presunto sgarbo commesso.
Crescere era decisamente un’impresa da titani e ne aveva paura, eppure riusciva sempre a trovare qualche arma improvvisata per cavarsela e tornare allegra e sorridente come si conviene ad una giovane donna della sua età: qualche moina con le amiche, una sigaretta alla menta gustata dopo un caffè alla gelateria del centro, i cartoni di Mila e Shiro che la riportavano nel suo tranquillo mondo di bambina. Avrebbe voluto starci per tutta la vita tra le braccia della nonna, al sicuro, come Peter Pan nell’Isola che non c’è… eppure, ne detestava i rimproveri.
A Paignton aveva vissuto giorni d’ozio e spensieratezza, in cui lo studio era stato relegato all’ultimo posto nella scala delle priorità. Se non avesse ricevuto la fastidiosa telefonata la prima sera trascorsa in suolo straniero, Linda si sarebbe divertita un mondo: il tè con le amiche, gli occhi dolci ai ragazzi inglesi e le smorfie alle ragazze che a scuola erano obbligate ad indossare una tristissima divisa informe e mai della taglia giusta, lo shopping stravagante da Harrods, le mille fantasie un po’ spettrali al Madame Tussaud, ma anche i racconti della guida alla Torre di Londra o alla Westminster Abbey, il caotico andirivieni di Piccadilly Circus e la perfezione del prato all’inglese in St. James’s Park….
Ad un tratto, persa tra i ricordi, Linda volge lo sguardo alla finestra. La tapparella è ancora alzata, ma ormai il sole è tramontato da tempo. Fuori si intravedono soltanto le poche minuscole luci delle case al di là dei campi. Sembrano lucciole sfolgoranti che attendono una guida o una ragione superiore per volare via.
Senza neppure spogliarsi, si infila sotto le lenzuola e si immerge in un sonno senza sogni… Nessuno l’ha chiamata per la cena, ma a lei poco importa; svogliatamente si sfila i jeans e senza togliersi la felpa della Best Company, si infila sotto le coperte.
Ed è subito mattina.
Con gli occhi ancora pieni di sonno Linda trangugia velocemente una tazza di latte e Nesquik che le si pianta sullo stomaco e corre in cantina a inforcare la sua vecchia bicicletta sgangherata, nell’attesa di poter prendere la patente e magari fregare la due cavalli a quella rompi palle della sorella. Abbandona in fretta le due ruote sotto il portico della scuola in mezzo a tante altre, sperando che nessuno si accorga dell’assenza del lucchetto.
Entra in classe trafelata, ma appena in tempo per sedersi abbastanza scomodamente al banco di formica verde slavato e alzarsi immediatamente per rigurgitare di mala voglia, insieme alle compagne, un cantilenante “Good Morning Missis Teacher…” Un’ora interminabile di letteratura inglese durante la quale la professoressa Berti insiste nel leggere un brano tratto da “Orgoglio e pregiudizio” della Austin, non senza averne prima elogiato l’ineccepibile equilibrio della struttura narrativa.
“Si struggeva dal desiderio di sapere cosa si agitasse in quel momento nell’animo di lui, in che modo egli pensasse a lei e se, ad onta di tutto, gli fosse ancora cara. Forse era stato gentile perché si sentiva a suo agio, eppure c’era stato quel non so che nella sua voce che non somigliava a un senso di agio. Non avrebbe saputo dire se, vedendola, egli avesse provato più gioia o più dolore, ma quel ch’era certo era che non l’aveva veduta con animo indifferente.”
Sono certa che, pur non comprendendone ogni singola parola, Linda, tu ti sia lasciata trasportare dalle emozioni adolescenziali di Elisabeth, mentre la voce dell’insegnante diventava solo un’eco lanciata nel vuoto.
Era in momenti tali che fantasticavi su Dodo, il tuo amico Davide, e gli scrivevi strappando bruscamente qualche foglio dal quaderno di letteratura inglese? E se la tua insegnante t’avesse beccata? Avresti avuto una scusa pronta per giustificarti, le avresti risposto o te ne saresti stata zitta a capo chino sul banco, sperando che nessuna delle tue compagne si accorgesse del tuo rossore e degli occhi lucidi?
So già cosa mi diresti: “Elena, ti ho regalato le mie lettere, comincia a leggerle e avrai la tua risposta.” Non mi resta altro che spegnere il portatile, alzarmi e cercare la scatola in cui le ho nascoste. La settimana prossima lascerò a te la parola.
Per approfondimenti:
http://www.cremonamusica.com/la-manifestazione/
https://g-switch.org/it/europa/inghilterra/railways-and-railroads-in-west-country-1662347/


