Quattro anni
Quattro anni passati a sfidare mio fratello. Quattro anni in cui lui ha sfidato me. Una partita, un’altra, un’altra ancora. Risultato: lui vince e io perdo. Lui perde a scuola e io vinco. Finiamo pari se si tratta di amici. Sono in svantaggio se ci sono di mezzo mamma e papà. Secondo me lui è il preferito, anche se dice la stessa cosa di me. Come fa a pensarlo, visto che il suo tatuaggio l’ha fatto in un centro Tattoo, dove gli hanno iniettato un omino di subbuteo tutto nero nell’avambraccio sinistro?
Ma quella volta, in Belgio, mia madre non poteva perdersi sul serio? Con me ha fatto un sacco di scene che neppure una damigiana di Xanax avrebbe potuto tenere sotto controllo; a lui, guarda un po’, ha risposto serafica “facciamocelo uguale”.
Non mi è chiaro un concetto: esistono, forse, delle donne misogine o lei è ancora intrappolata nel complesso di Edipo? Fatto sta che, se ci penso, li sgozzerei. Sono o non sono un leone?
Aspetto il nostro turno di gioco, sdraiata sull’ultimo anello dello Speca, in compagnia di Vittoria, Giada, e Benedetta. Siamo un po’ tutte stanche e ormai fatichiamo a rimanere concentrate. Meglio se ascolto le onde gamma, le stesse che uso per studiare. Saranno l’ennesimo placebo, ma per ora funzionano.
Neanche a farlo apposta Teo mi scuote una gamba, facendomi perdere quegli unici due secondi di totale relax che riesco a prendermi tra le partite. Lo guardo incazzosa, ringhiandogli di andarsene.
– Cretina, mi serve la mamma, ha il mio cellulare ma non so dove sia finita. T’ha detto dove andava?
Caspita, un déjà-vu? La sparizione della mamma l’ho vissuta, la vivo e la vivrò sempre ad ogni torneo, non c’è nulla da fare. In Belgio, però, è stata quasi paradossale. Altro torneo, non uno dei tanti, ma un Mondiale, come se fosse così facile esser convocati. La stessa domanda.
– Giulia, non trovo mamma e mi serve il telefono. L’avevo consegnato a lei. Sai dov’è?
– Secondo te? Lo sai che mamma è Alice nel paese delle meraviglie. Si perde con le sue amiche per le strade di città che ha già visitato, figurati qui a Jemelle. Certo che sei un po’ babbo a lasciarle il telefono in borsa, tienitelo nella valigetta, no?
– Ma vattene, Giulia…
– Ma vattene tu!
Ecco, anche allora, eravamo tra noi di una gentilezza infinita. Proprio!
Nonostante io abbia vinto gli ultimi campionati italiani, col tempo, mia madre Alice aveva perso la voglia di stare in palestra, non gareggiando a calciotavolo. Non ci sta più neppure se capita di vincere ai Mondiali. Oddio, non sempre capita, più spesso ci si impegna per vincerli, quel che è da dire è da dire.
“Vista una partita, le hai viste tutte”, mi ripete in continuazione appena parcheggiamo la macchina nel luogo prescelto per la competizione. Il tempo di un caffè e, recuperate borsa e amiche, se ne va a zonzo chissà dove.
Nulla di che preoccuparsi, quindi, per la sua assenza e Teo poteva arrangiarsi diversamente. Tanto chi doveva chiamare? I suoi amici erano tutti lì. Mamma stava sicuramente passeggiando per le vie di qualche quartiere, intenta a sbirciare nei giardini altrui.
Era un vizio il suo. Mai che guardasse dritta avanti a sé; la sua testa riccia volteggiava da una parte all’altra della strada per riuscire ad intravedere addirittura l’interno delle case. Voleva sapere come la famiglia Dupont o il postino Philippe avessero arredato il salotto.
Di certo, in Belgio, lei e le sue amiche potevano sbizzarrirsi con tutte quelle casette che parevano di marzapane! Sembrava proprio che in quel villaggio non fossero ancora state inventate le tende d’arredo e dalle finestre era facilissimo notare in cucina il cesto della frutta o un variopinto bouquet floreale sul davanzale di una finestra.
Qualche imprudente lasciava in bellavista persino le gigantografie di famiglia. Si potevano sbirciare pure le effusioni dei padroni di casa? Ah no, quella è l’Olanda, mi pare. Che strano che non si facciano tornei pure lì. Anzi no, non lo è: i giudici federali si ritroverebbero a passare ore a cercare gli under diciannove fumati in qualche Coffee – shop, noi ragazze comprese. Non faccio certo discriminazioni, io.
Tornando ad Alice, credo si sia presa una bella strizza nei boschi valloni, se non altro perché né lei né le sue amiche riuscivano ad avere campo. Mica ci avevano pensato, loro, che era altamente improbabile riuscire a connettersi in una fitta distesa verde. E cosa c’erano andate a fare nella selva oscura? Perché mai lasciare la retta via, quando dai tempi della culla mia mamma puntualizzava ad entrambi i figli – e qui, incredibilmente, distinzioni non ne faceva mai – di restare sempre sul sentiero?
Illuse comunque, se pensavano che qualcuno di noi giocatori avrebbe risposto alle loro chiamate, magari nel bel mezzo di uno spareggio.
Ma io posso ben immaginare come sia andata.
– Ragazze, – avrà esordito con la solita vocina squillante – ho dato un’occhiatina a uno dei dépliant turistici del B&B e ho visto una figata pazzesca! Una pista ciclopedonale che collega Jemelle a Rochefort.
So per certo che il dépliant in questione illustrava i dintorni in francese, inglese e tedesco, ma in italiano proprio no e Alice non conosceva una lingua straniera che fosse una, poveretta. Laura, Giovanna, Sara e Lisa, che erano con lei? Ne conoscevano almeno una? Boh…
Me le immagino serafiche che si bevono una birra trappista nel primo pub lungo la via principale, spettegolano di questo e di quello, fantasticano leggermente brille di qualche eccitante tresca e poi, un unico meraviglioso coro monocorde: SI TORNA PER LA CICLOPEDONALE.
Evvai! Sparite.
Continua lunedì 18 maggio.
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