Lettere

Caro Antonio

Caro Antonio,
mi spiace molto per la tua perdita, che poi è anche la perdita di tutti noi. È addolorato persino Firmino il topo. Si è modernizzato, sai? Manda messaggi per WhatsApp e bazzica per i Social. Beh, visto il disastro subito, s’è dovuto adattare pure lui.

Hai notizie di Zorba e della gabbianella Fortunata? Sono rimasta rapita dalla loro storia, ma non ricevo notizie da parecchio tempo, per la precisione dal 2010, quando ho comprato il loro romanzo in una libreria di Cremona. Da allora più nulla. Mi sembrava d’averli visti a San Benedetto del Tronto nel 2014, dalle parti del molo, ma immagino di aver preso un abbaglio: probabilmente era Jonathan Livingston inseguito da un randagio. Li ho fermati qualche anno dopo, nell’estate del 2016 a Roma: stavano uscendo dal Mercato Traiano, ma avevano fretta e, scusandosi, sono scappati via. Ci credi? Avevano l’aereo per il Cile.

Ti ho mai detto che mi piaci un sacco? Per forza, un pochino ci assomigliamo: ti ostini a leggere romanzi e sei quasi analfabeta; io mi ostino a scrivere, ma non so farlo. Che male c’è?

Ho conosciuto la tua storia, ben prima di leggerla nell’ottobre del 2014, ma solo sfogliando le pagine del tuo romanzo la mia mente si è riempita di pensieri possibili o improbabili paragoni.

Vivi in Sud America, nella foresta pluviale, geograficamente tanto distante dalla mia città (sparo una cifra a caso: più di diecimila chilometri?), eppure il tuo Sepúlveda l’ha resa idealmente vicina. Altra terra, altre questioni, ma un diffuso malessere politico e sociale che da noi tutt’ora persiste. Il medico dentista delle prime pagine, per me, potrebbe tranquillamente essere qualunque cittadino della nostra bella penisola, che in queste settimane amo ancora di più.

Comunque,”…Di chi è la colpa…del governo…” dice, rabbioso, Loachamin. Chi di noi ha mai fatto una simile osservazione, magari non dal dentista, ma davanti ad una buona birra trappista o imprecando per la coda in autostrada. Ecco, adesso l’autostrada è deserta! Che la tua foresta si stia riprendendo un’enorme rivincita?

Se penso al dentista Loachamin, lo immagino come il maestro di paese di cui mi parlava nonna Gina o come il compare che aggiorna e consiglia i propri compaesani.
Ah, anche il mio dentista gli assomiglia: consiglia tutti, ma poi si arena sulla repubblica di Salò perché da piccolo gli hanno fatto “’na càpa tànta”, ossia, lo hanno assillato mesi con quelle storie. Ti assicuro, però, che non è un nostalgico. Non sia mai!

Tu, invece, Antonio, mi sembri come quei lettori che vorrebbero togliersi la dentiera e non parlare più. Solo tu e il mondo di emozioni e immagini che fluttuano tra le pagine.

L’immagine degli sposi bambini è quella che mi ha colpito maggiormente. Avevi una moglie, quindi? La descrizione mi ha catapultata dall’altra parte dell’emisfero, nell’India de “La città della gioia”: Luis Sepúlveda per la salvaguardia ambientale e Dominique Lapierre per i più deboli dell’India.

Stammi bene Antonio e, non preoccuparti, la tua storia, con quella di Lapierre, è ben custodita in una biblioteca molto molto particolare. Quando ci scriveremo ancora, te ne parlerò.

Con affetto,

Elena

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