Dieci donne
Cara Natasha,
come stai? Ricevi ancora nella casa oltre il giardino? Lo so, scusami, sono trascorsi sei anni senza che mi sia mai fatta sentire. Mi conosci, d’altronde: non amo esser troppo analizzata e con te è un po’ così. Per di più, sai quante volte ho iniziato a scrivere e poi piantato lì? Scommetto che lo sai, se hai parlato di me con l’amica che mi ha regalato la tua storia.
Tua e di Francisca, Mané, Juana, Simona, Layla, Luisa, Guadalupe, Andrea, Ana Rosa. Sono tutte e nessuna. La tua Serrano è geniale nel dipingere il ritratto della meravigliosa imperfezione che contraddistingue noi donne. Un medline dell’esistenza femminile. Basta osservare l’appendiabiti zeppo di sciarpe, borse, e cappotti diversi tra loro, che già sei nella narrazione. Tutta questa fragilità diventa quasi rassicurante.
Sarebbe bello sentirsi dire dalla nostra immagine reale: “Non importa quante volte sei caduto. Non importa quanto ci vorrà per rialzarti. Ho fiducia in te e di chi sia la colpa, sempre che ce ne sia, non importa a nessuno!”
Ogni esperienza, in certi casi devastante, vissuta da te e dalle tue ragazze – posso chiamarle così? – viene rivista, rielaborandola, come potenzialità, ascesi e riconciliazione col sé.
Parli di loro con una tale sensibilità! Riesci a coglierne il profondo disagio, tenendo conto della loro età e della loro classe sociale. Ma immagino faccia parte del tuo lavoro.
Tu e le altre siete un romanzo esistenziale che riesce ad essere al contempo lo spaccato storico del Cile e, spaziando temporalmente, di buona parte dell’emisfero. Racconti di vita, quella vita in cui ti puoi riconoscere, confondendoti tra i suoi personaggi.
Posso descriverti la sensazione provata come un’immersione totale nel vostro vissuto.
Mi era già capitato leggendo la storia di Antonio. Anche lui è cileno, ma vive in un’altra zona. Non credo sia mai passato da te, comunque non me lo diresti per via del segreto professionale.
Penso alle donne del vostro paese a quante situazioni terribili hanno vissuto durante la dittatura di Pinochet e che possono aver determinato in qualche modo anche le scelte delle tue ragazze. Mi è parso di capire che non proponi soluzioni pronte all’uso, ma desideri trasmettere fiducia nella vita. Essa può sempre rivelare belle sorprese, tanto che me l’hai dimostrato personalmente nelle ultime pagine. Hai letto anche tu “La casa degli spiriti” di Isabel Allende? Ne avrebbe anche lei da raccontarti, vista la parentela con il Presidente cileno ucciso durante il colpo di stato del ’73!
Poi scandaglio sino a trovare legami con Modiano e Levi. Dove? A pagina 143: “La buona memoria può essere feroce. Ricordare tutto significa afferrare ogni giorno un coltello affilato e tirarsi via strati di pelle. Dobbiamo organizzare l’oblio. […] credo che l’oblio possa essere una benedizione.” (Marcela Serrano, Dieci donne, Universale Economica Feltrinelli). E dieci pagine dopo, quando Layla ricorda dello sterminio nazista.
Natasha, ho maltrattato la tua storia. Scusami anche per questo. Pagine sottolineate, parole cerchiate, due o tre appunti qua e là per non scordare le emozioni provate, alcune addirittura “gridate”, come quando ho dato della frustrata egocentrica a Simona.
Quella mi infastidisce sempre con le sue ossessioni. Deve convincere se stessa e gli altri di esser migliore e poter fare tutto da sola. Ma non funziona così nella vita reale. Dove ha vissuto finora? In un libro?
Adoro le associazioni mentali, mi permettono di spaziare da un tema all’altro senza preoccuparmi troppo di restare coerente col tema iniziale. Tutto sommato tu e il tuo amico Freud non mi dispiacete così tanto.
Al prossimo appuntamento, allora.
Con stima,
Elena




