Fare il Premier
Caro Mattia,
come stai? E’ trascorso qualche anno da quando, attraverso le pagine di un libro, dialogavi, anzi, ti confrontavi proprio, con il tuo maestro.
Posso ben immaginare quanto tu sia cresciuto; se non ricordo male, hai quasi la stessa età dei mie figli. Una curiosità: il tuo nome di battesimo era uno tra i papabili quando ancora non avevo scelto come chiamare il mio secondogenito. Normale che ti scriva.
Dopo tutti i cambiamenti di questi ultimi mesi, mi chiedo se tu sia ancora così convinto di voler fare il Premier. Rappresenti una generazione che già si stava ripensando, così soggetta alla fluidità di un’epoca che non lascia spazio alla lentezza e, ora, sei costretto ad un altro repentino rivolgimento. Eppure, credo che sia più mia che tua tanta preoccupazione: tu e i tuoi amici avete la mente aperta alle novità, non siete forse nati con lo smartphone in mano?
Mi resta comunque un dubbio. Ricordo bene la “carestia della socializzazione” di cui discutevi con Alex, il tuo insegnante! (A. Corlazzoli, M. Costa, Sai maestro che…da grande voglio fare il Premier, add Editore). Dicevi che “[…] non sappiamo più stare insieme, costruire un sogno collettivo”. Caspita, oggi rileggo alcune frasi che avete scritto e le riesamino sotto tutt’altra luce, diventano profezia.
Le rileggo una, due, tre volte per poterle assimilare meglio. Attualmente, nella confusione di chi dice tutto e il contrario di tutto, il lumicino che tu e i tuoi compagni volete tenere acceso con tanto ardore potrebbe diventare un incendio: tutto va ricostruito, non solo ideato. Vorrei tanto sapere che ne pensi tu?
È ammirevole la capacità che avete voi giovani di mostrarvi – io giovane non lo sono più da un pezzo e, per di più, mi è sempre mancata una tale capacità – fregandovene delle imperfezioni e del giudizio altrui. Certo, sto generalizzando, so bene che non è così per tutti. Ognuno possiede delle capacità come altrettante fragilità e, anche se ce ne dimentichiamo troppo spesso, riconoscerle, accettandole, può rendere più forti. Un lavoro paziente che può impiegare l’intera vita. Effettivamente può spaventare, ma val sempre la pena portarlo avanti.
La prima volta che ho sfogliato le tue idee, perché di pensieri si tratta, ho deciso di procedere immaginando che fossero un compendio di vita quotidiana provinciale, per poi accorgermi che il tuo dialogo rappresenta una sorta di filosofia per ragazzi, a tratti intimista, a tratti assoluta. La vita di tutti i giorni che spiega i valori sui quali fondiamo le nostre scelte. Mi sa che hai già letto Il mondo di Sofia.
Qualche settimana fa l’ho cercato nelle mie librerie, ma i volumi sono in doppia fila, allineati o accatastati casualmente: dovrei spostarne molti, per riuscire a trovarlo. L’unica cosa di cui sono certa è che mi è stato restituito da un signore che lo aveva lasciato in custodia al bar in cui ci trovavamo ogni tanto per fare colazione e scambiare due chiacchiere. Capita (o capitava?) di fare incontri casuali che si trasformano, quasi, in un appuntamento fisso per prestarsi libri che abbiano attinenza con le conversazioni avute. Quei libri, a volte tornano, altre no. Sembra che abbiano vita propria. Non è fantastico?
Ecco, sto divagando come sempre e mi viene da ridere pensando a Firmino, anche se non dovrei – ridere, intendo – visto che non gli ho ancora scritto di Allan.
Ho esaurito le scuse, la settimana prossima dovrò sicuramente rispondere al suo sollecito via mail. Certe volte sono così lenta! Se non fosse per l’età, potrei rappresentare in toto uno di quegli sdraiati di Serra!
Va bene, va bene, arrivo al dunque, con calma, però, che non sono veloce a digitare sui tasti, come voi della Generazione Z. Scusa, non dovrei classificarvi, so che le etichette non vi piacciono proprio e a ragione. Ascolterò meglio ciò che avete da dire, dal momento che siete stufi di essere ignorati.
Leggere il vostro libro porta inevitabilmente ognuno di noi ad un esame di coscienza. Percorrere con il duplice sguardo del maestro e del suo allievo le riflessioni, i dubbi e i sogni di chi si sta affacciando al mondo significa ricordare la scuola pensata e vissuta dai capisaldi della pedagogia contemporanea, dalla Montessori a Don Milani, da Bruner e Piaget al genio creativo di Munari. Che piaccia o meno, sta nascendo una nuova scuola ed essere creativi diventa conditio sine qua non.
Ora significa chiedersi se tutte le figure coinvolte nel processo educativo, genitori compresi, riescano ad essere un modello sufficientemente significativo per lasciare un segno positivo nelle menti più giovani e se riescano ad ascoltarne veramente le tante legittime richieste.
Tutti dovrebbero pensare ai bambini e ai ragazzi come futuri cittadini del mondo e chiedersi sempre, qualora la passione per il proprio ruolo si stia affievolendo – e prima o poi capita – a chi ci si ispiri, quali fondamenta si abbiano e quali i sogni possibili da realizzare. Non è più fattibile pensare a qualsiasi tipo di continuità educativa senza modificare tutti quegli strumenti formativi obsoleti per chi sta crescendo nell’era della pandemia.
Per dirla come la maestra Dedè, di cui Corlazzoli è stato alunno, “sguardi sui bambini e non sulla carta”. Concordi anche tu, Mattia? Non riesco ad immaginare come e se possa cambiare la didattica, non ne ho le competenze, ma spero che le forze coinvolte si uniscano sul serio e realizzino, nonostante gli innumerevoli ostacoli, un piano educativo fattibile per non penalizzare i nuovi futuri adulti.
Imbocca al lupo a tutti. Imbocca al lupo a te, Mattia, se hai ancora voglia di fare il Premier.
Con stima,
Elena





