Anima tormentata
Cara Linda,
grazie per avermi mandato le tue lettere. In esse mi sei apparsa come un’anima che, nel bene e nel male, sembra cercare di esprimersi senza filtri. Cresce, cade e cerca di rialzarsi. Sei come molti e come nessuno, così è fin troppo semplice identificarsi con te e i tuoi amici. Chi sei veramente? Spero di scoprirlo attraverso i tuoi fogli, a volte brutalmente stropicciati, altre romanticamente eleganti.
È davvero cominciato tutto con il suono acuto di una sirena lontana che…?
“…Interrompe bruscamente l’atmosfera tranquilla di una grigia domenica novembrina e stride contro la calma apparente celata dietro le finestre di un piccolo appartamento di provincia.
La lettera appena stropicciata giace, falsamente inerme, sul pavimento gelido, ancora stretta da dita leggere, quasi trasparenti, come quelle di un angelo. Un foglio di quaderno, pesante come un macigno, immobile come il corpo della donna accasciata ai piedi del divano.
I riccioli neri ricadono scompigliati sulle guance pallide di Linda, fredde come le lacrime che lente e inesorabili hanno appiccicato alcune ciocche scompigliate su quegli occhi che ormai non possono più negare l’ineluttabile. Bruciano sul viso, come brucia lo stomaco svuotato da tanto vomitare… Poco più in là una piccola foto, un dolce quadretto familiare: sul seggiolone una bimba guarda, adorante, la sua bellissima mamma bionda.
La piccola Camille non può immaginare che da qualche parte, in un paese che non parla la sua lingua, un’altra mamma ha osservato per ore gli stessi capelli color oro, mentre il cuore andava in frantumi. Infinite schegge di cristallo, affilate e taglienti dove il minuscolo riverbero dell’iride si perde nell’oblio, nella stessa nebbia dove l’anima ha gettato senza troppi riguardi ogni momento felice.
Sulla graniglia bianca e nera restano soltanto i pezzi del bicchiere che, poco prima, conteneva un ottimo whisky d’annata, quello delle occasioni, quello che si fa lentamente sorseggiare agli amici per festeggiare un evento, quello che il compagno, senza un soldo, di mamma era riuscito a distillare con tanta cura e amore.
Aveva iniziato prendendo una decina di chili di mais fresco dai campi del cugino, un piccolo agricoltore della bassa piacentina, cresciuto a polenta e dialetto. Lo aveva poi immerso per cinque minuti circa in un secchio pieno d’acqua calda e lasciato riposare in solaio per dieci giorni. Rimossi sporco e germogli lo aveva schiacciato riducendolo in una poltiglia morbida e pastosa.
Quando Gianni lo aveva travasato nel calderone per aggiungervi acqua distillata e lievito, le imprecazioni di mamma erano state infinite, non appena, in procinto di stendere le lenzuola ben al caldo in soffitta, si era trovata davanti il suo prezioso paiolo di rame pieno di liquido maleodorante.
Ma come, doveva proprio mettersi a distillare in quel vecchio cimelio di famiglia di cui andava tanto orgogliosa e di cui parlava in mistica contemplazione ogni volta che preparava la solita insulsa polenta istantanea? Come poteva Gianni usare uno strumento da cucina tanto pregiato per uno scopo così poco nobile, un distillato! Eppure bastava il sorriso semplice di quell’uomo minuto per calmarla e lasciarlo continuare.
Alla fine Rosi aveva persino dato il suo contributo scegliendo personalmente la bottiglia più adatta a conservare per anni l’oro caramellato. Una Harcourt del 1841, lavorata a mano dai maestri della maison francese e gelosamente custodita in una piccola teca trasparente dal soffice basamento di velluto rosso e nero.
Quando l’aveva vista, in quel lontano maggio del 1999 il cervello di Linda aveva, per una frazione di secondo, spalancato l’archivio su una vivida immagine infantile: Biancaneve, addormentata, chi lo sa, magari per sempre, in una preziosa bara di cristallo. E se anche lei si fosse assopita, anzi, anestetizzata in quel modo? Non sarebbe forse stato tutto più semplice? Nessun perché, nessuna recriminazione, niente odio, nemmeno una goccia di dolore…
Dieci anni dopo, osservando imbambolata i minuscoli arcobaleni di luce sulle incisioni del bicchiere, aveva avuto quasi una rivelazione sul significato di quel regalo, che all’epoca le era sembrato così inadatto: per Dio, come si può regalare dell’alcool a una giovane coppia di sposi! Si era persino chiesta se Gianni avesse veramente così poca fantasia e così tanto tempo da perdere: non erano sufficienti i turni alla distilleria?
Ora aveva capito. Il matrimonio invecchia lentamente, come uno scotch che giunge a fermentazione solamente con una buona dose di cure e pazienza; solo allora lo si può assaporare in tutta la sua corposità di “wisge beata”, acqua di vita. Vita? Che vita poteva esserci da quel momento in poi? Meglio annegarci in quell’acqua e farsi risucchiare come nello scarico di un lavandino, perché quella era l’unica sensazione che ormai riusciva a percepire…
Quale occasione migliore, allora, se non il fallimento del proprio matrimonio per finire anche l’ultima goccia di quel prezioso veleno, che, inesorabilmente, poteva condurla nello stesso limbo in cui aveva rinchiuso i ricordi più belli. Eccola, finalmente, la bara di cristallo …
Quando i volontari della Croce Rossa fecero irruzione nel piccolo appartamento, Linda stringeva ancora con forza quelle righe in parte indecifrabili. Il francese le era completamente estraneo e a stento si ricordava qualche parola di inglese imparato, distrattamente, tra i banchi di scuola, ma non ci vuol molto a capire che quelle parole, scritte in una lingua così seducente, nascondono una verità, troppo atroce per essere ascoltata, troppo scomoda e sacrilega per essere accettata.
– Svelti, la barella… Non risponde agli stimoli… Portiamola giù… veloci dai… La luce rossa sopra la porta automatica del pronto soccorso si accende, fissa, muta e immobile come il respiro di Davide, creando un surreale contrasto con il pallore del suo volto. Anche il tempo sembra essersi fermato e le ore, i minuti, i secondi diventano infiniti. Nervosamente si alza più volte dalla sedia, incurante degli sguardi curiosi di alcuni ragazzi che attendono di riportare a casa un loro compagno di squadra che si è fracassato il ginocchio durante una partita di calcetto. Non ce la fa, non riesce a sopportare quella lunga angosciosa attesa… e per quale fottutissima ragione non può entrare, come mai nessuno parla con lui? Soltanto una parola, un gesto di conforto…
Nervosamente rigira tra le dita la Benson blu fumata a metà, ha bisogno di qualcuno che lo ascolti; così prende dalla tasca dei jeans il cellulare e compone automaticamente, senza neppure pensarci troppo, il suo numero telefonico.
– …No, è troppo tardi, potrei svegliare Camille e se Claude è in casa… Meglio un sms.
– Je me sens comme une merde… ma femme a été hospitalisée… J’ai besoin de toi, je veux que vous étiez ici.
– Mon amour ne vous inquiétez pas tout ira bien, après tout, il ne buvait un verre de trop.
Davide osserva l’sms come se i suoi freddi occhi verdi volessero penetrare in ogni singola lettera e carpirne il significato nascosto, un messaggio criptato che gli faccia ritrovare la calma, ma… nulla, non prova assolutamente nulla. E’ tutto così distante e squallido ora! Vorrebbe essere padrone del tempo e riportare le cose a posto, vorrebbe essere comodamente seduto sul divano comprato a rate all’Ikea, coi sui figli, mentre Linda si lamenta perché nessuno mai raccoglie i giochi sparsi tra la sala e la cameretta. Quanti sacrifici per quel divano in similpelle azzurra e quanta fatica sistemare casa pian piano, nei momenti liberi, spesso dopo un turno di notte in fabbrica!
Ma allora bastava specchiarsi negli occhi della sua Lia, così la chiamava dai tempi della scuola, per ritrovare nuove energie ed imbiancare un’altra parete, prima di tornare di nuovo a tagliare fili sul telaio della fabbrica. Anche il giorno del matrimonio si era svegliato presto ed era passato a prenderla per terminare gli ultimi piccoli lavoretti: il fornello ancora da montare, alcuni vestiti da sistemare e il letto da preparare per la prima notte di nozze con le lenzuola di seta bianca appartenute al semplice, ma prezioso corredo di nonna Maria. Aveva assaporato ogni momento, ogni singolo istante con lei di quella assoluta felicità che mai avrebbe pensato di perdere così velocemente.
Non è abituato a pregare. Non crede in un Dio convenzionale, costruito ad arte da sacerdoti potenti che cercano di annullare la libertà del singolo, ma si rivolge comunque ad un essere superiore, un angelo, uno spirito, un dio. Chiedendo un’unica cosa: riavere quelle candide lenzuola.
Accanto a lui, fisso sulla parete scrostata verde marcio, come quello che sente risalire dalla bocca dello stomaco, troneggia un cartello metallico dalla sigla altisonante.
DEA, un nome adatto, seppur beffardo. Varchi quella soglia e ti ritrovi sospeso tra la vita e la morte, conteso da Giltinè e sua sorella Laima, immobile in una dimensione intangibile in attesa che una delle due si decida a trascinarti da una parte o da quell’altra. Perché di buste, nel folle quiz che è l’esistenza umana, ce ne devono essere solo due… “Mi dica, caro Davide, quale sceglie? La uno o la due? Non mi dica che preferisce usare subito l’aiutino del nostro simpaticissimo pubblico!” … Sì, A o B e non certamente C, non la si contempla neppure una terza opzione, sarebbe decisamente insopportabile. O è bianco, o è nero, non ci sono eleganti sfumature di grigio, almeno in questo, lui e Linda sono perfettamente d’accordo.
Nella sala rossa del Dipartimento Emergenza e Rianimazione il medico di turno assistito da alcune infermiere si appresta a verificare i parametri vitali della donna che giace ancora incosciente sulla barella.
Solo il buio, nient’altro che un lago nero dove fluttuano grovigli di pensieri incerti, parole e scritte confuse… Tracce che segnano il cammino di ciascuno di noi… La fine… o solo l’inizio…”
Non è semplice, per me, cara anima tormentata, ricostruire, almeno in parte, la tua vita. Vogliamo farlo insieme, grazie a questa strana corrispondenza?
Un abbraccio, in attesa di ricevere una risposta.
Tua Elena






