Realismo terminale
Cara Elena,
mi è giunta or ora, la tua gentilissima lettera. Concordo con te, cara amica, che tra noi si possa passare al tu, mandando a quel paese l’etichetta reale. Temporaneamente, però.
A casa stanno tutti bene? Per quel che ne so da tuo marito parrebbe di sì. Ne son contento. Molto.
Ho visto che hai appena iniziato a giocare a calciotavolo e parteciperai al secondo torneo on-line di tiri piazzati. Speriamo si torni presto a giocare sul serio: lo scontro diretto è tutt’altra cosa, per chi svolge l’attività in senso sportivo.
Mi fa piacere che ti interessi il Realismo Terminale, proverò ad illustrartelo in poche parole.
Si parte dalla constatazione che il mondo sia in piena pandemia abitativa. Siccome il manifesto che ne parla è datato 2010, non è certo a quest’ ultima pandemia virale che si riferisce.
La pandemia abitativa sta nel fatto che la maggior parte degli uomini oggi vive nelle città e nelle grandi megalopoli. Lontanissime da un contatto con la natura e sempre più artificiali in tutto.
Il mondo e la vita sono dominati dagli oggetti. I manufatti di qualunque tipo, dai grandi palazzi ai telefonini, dominano il panorama. Noi ne siamo diventati dipendenti al punto di aver perso la natura come termine di misura e paragone.
L’artificialità è in ogni cosa, persino nella scintilla della vita, ed è un elemento che inevitabilmente permea tutto. Anche la filosofia contemporanea, che non per caso arriva a concepire la tecnica come elemento capace di cambiare completamente la misura del valore degli uomini.
La dipendenza dagli oggetti è talmente spinta da averli fatti diventare il metro di paragone addirittura dei sentimenti e delle pulsioni umane.
Si legge nel manifesto del Realismo Terminale: “Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto.”
Di conseguenza, sono cambiati i nostri codici di riferimento, i parametri per la conoscenza del reale.
“In passato la pietra di paragone era, di norma, la natura”, recita il manifesto, “per cui si diceva: «ha gli occhi azzurri come il mare», «è forte come un toro», «corre come una lepre». Ora, invece, i modelli sono gli oggetti, onde «ha gli occhi di porcellana», «è forte come una ruspa scavatrice», «corre come una Ferrari». Il conio relativo è quello della similitudine rovesciata, mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo.”
In buona sostanza sono cambiati i riferimenti, il modo di misurare l’uomo, e con essi deve per forza cambiare anche il linguaggio per rappresentarlo.
In quale senso sono cambiati i valori dell’uomo? Sono entrati in crisi degenerativa i valori che da sempre lo caratterizzano: onestà, rettitudine, coscienza, coraggio, eccetera.
A dispetto delle aspettative dei più, non è nemmeno il denaro a dar la misura del valore di un uomo.
Oggi contano efficienza e produttività, il resto è ben poco importante.
La vita si consuma nel produrre, il tempo per il resto non c’è.
La conseguenza diventa il non potere stringere rapporti affettivi veramente intensi, completi e forti, tanto di amicizia, quanto di vero e proprio amore.
Mancanza di tempo per costruire e coltivare rapporti significa non riuscire a dialogare.
Di sicuro viviamo un’inesorabile solitudine, perché non abbiamo mai imparato a dialogare, e perché ci mancano quegli elementi che sono alla base del dialogo, i concetti, le idee, il senso critico, dato che non abbiamo il tempo di coltivarli né dal punto di vista emotivo, né come arricchimento culturale.
A Piacenza, in dialetto, una volta, per dire che due erano fidanzati si diceva: “is parlan”, si parlano, il che la dice lunga sul senso e l’importanza che venivano assegnanti al dialogo.
Oggi pensare a queste cose è diventata Archeo Filologia, utile solo a quelli come me, che se ne stanno ancorati ad un senso di nostalgia che rischia di annegarci.
Ma io credo che il cambiamento antropologico non sia ineluttabile e sono convinto che la natura umana sia molto diversa da quella alla quale questo mondo sta cercando di portarci.
E ci sta portando verso la Tecnica, ovvero quell’idea secondo la quale l’unica cosa che importa è il massimo risultato con il minimo sforzo. Essa disumanizza i rapporti, innescando una inevitabile ed immane competizione tra individui, incapace di far proprie le pulsioni umane, anche quelle peggiori e che punisce chi non è adeguato. Chi non sarà efficiente e produttivo verrà espulso dal sistema, e potrebbe addirittura diventare il nemico principale da combattere. Inevitabile il senso di isolamento che ci circonda.
Viviamo in solitudine ancorché circondati di gente, perché non ci riconosciamo più negli altri che, anzi, vediamo solo come concorrenti nel ruolo di funzionari di un apparato tecnico.
Ciò che viviamo non ha più nemmeno a che fare con il nostro io profondo, quello che, stando a Schopenhauer e Freud, prende le mosse dalle esigenze della specie, che sono del tutto finite in secondo piano, dato che la tecnica non ha una specie da salvaguardare e tende ad annichilire qualunque pulsione o istinto umani.
Essere funzionari di un apparato tecnico supera e sostituisce l’essere funzionari della specie, concetto sul quale si basa la psicanalisi.
Da qualche decennio sta persino cambiando la depressione patologica, che ha smesso di essere generata dai sensi di colpa rispetto a ciò che si è già vissuto, e trae origine dall’ipotesi di inadeguatezza futura.
La Psicanalisi stessa, come accennato, che per un po’ più di cent’anni ha accompagnato l’uomo nel suo cammino, sta per giungere al capolinea, di fronte alla tecnica ed all’idea del transumanesimo, che si insinua nelle nostre menti.
Sai di cosa sto parlando?
Parlo dell’uomo che non invecchia, che non muore, che resiste alle ingiurie del tempo e che, grazie alla tecnologia, è ormai qualcosa di più che un’idea relegata nei libri di filosofia di Julian Huxley o alla fantascienza.
La scienza, per dirla come Bacone, è proiettata ad andare ben oltre l’attutire gli effetti del peccato originale.
Riesce ad eliminare quasi del tutto il dolore, e ponendosi l’obiettivo di rimandare sine die il momento della nostra morte, arriva addirittura a porsi come vincitore della morte stessa, esattamente come Cristo. La scienza diventa una divinità in tutto e per tutto.
Capisci che siamo ben oltre l’adorazione del denaro e del vitello d’oro?
Io stesso vivo in modo più che decoroso, grazie ad un apparato tecnologico che mi è stato impiantato chirurgicamente nel cervello, diciamo che sono una specie di prodromo dell’uomo transumano, e in quanto tale, sono in grado di vivere e capire prima, e forse meglio degli altri, gli effetti devastanti del nuovo pensiero.
Certo è che il senso ultimo della natura umana esce completamente stravolto da questo cambiamento enorme dell’individuo e della società che è del tutto impreparata a vivere questo cambiamento sostanziale.
E cosa dire della verità, in un mondo tanto bombardato di notizie e cambiamenti?
Chi ha voluto giocare sulle insicurezze umane ha minato il concetto di verità, rendendolo relativo. Scienza e filosofia propongono la verità come un concetto in divenire, che cambia man mano che cambiano gli elementi alla base del giudizio. Non che ciò sia sbagliato, anzi, il problema è però che, in nome del relativismo della verità, si è di fatto aperto ad ogni possibile versione del vero e del falso, il che, a sua volta, apre la strada all’affermazione dell’egoismo e della prepotenza, con tutte le verità di comodo che comportano.
A farne le spese, immolata sull’altare del razionalismo, è la verità di fede, la cui scomodità per il nuovo pensiero che si afferma appare evidente.
Tutti gli archetipi presenti nella scrittura biblica, avendo minato nelle fondamenta la fede, vanno a carte quarantotto e diventa possibile lavorare alla costruzione, nel bene e nel male, di un uomo molto diverso da ciò che siamo sempre stati.
Il contrappasso è quello di dover sancire ufficialmente il cosa sia vero o falso, sono le commissioni governative anti fake news e le intromissioni dei gestori della comunicazione nel permettere o meno la pubblicazione non solo delle opinioni ma anche delle notizie.
Sotto l’ombrello del politicamente corretto, un po’ per volta è andato ad accasarsi quello che è lecito pensare o non pensare, finendo per togliere diritto di cittadinanza ad idee che fino a pochi anni fa erano indiscutibili.
Mi riferisco a cose tipo l’indissolubilità della famiglia, o l’aborto, sulle quali ormai è impossibile fare qualunque tipo di ragionamento. Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia.
Basta non farsi portar via dai temi e mettere a fuoco la sostanza delle tante finestre di Overton che sono state aperte.
La verità è relativa fino a quando gli assertori dell’avvento della tecnica hanno convenienza a modificarla a loro esclusivo vantaggio, mentre diventa dogmatica quando si tratta di discutere le modifiche sopravvenute negli ultimi decenni.
Uno scenario orwelliano dunque, in cui viene impoverito il linguaggio, perché senza le parole, viene meno anche il pensiero.
Si va via via affermando, e non è un caso, un nuovo linguaggio, simile all’inglese, ma che inglese non è, nel quale poche migliaia di lemmi dovrebbero bastare ad esprimere la complessità dell’uomo.
Insomma, per affermare il Transuomo, si cerca di evitare che l’uomo pensi alla complessità di un simile cambiamento antropologico, portandolo a fare valutazioni per slogan, o peggio ancora, per associazioni di idee legate ad immagini, a simboli e a quanto altro sia capace di semplificare l’elaborazione di un concetto, qualunque esso sia.
È in questo contesto che nasce il Realismo Terminale, corrente letterario artistica alla quale ho aderito per empatia.
L’artificialità in cui siamo immersi, che riguarda anche l’essenza dell’umanità, la scintilla della vita, ha bisogno di un linguaggio nuovo per essere descritta. Un linguaggio nel quale gli oggetti sono collocati al centro della narrazione e diventano i riferimenti per dare contezza e misura anche dei sentimenti.
Vero che l’artificialità è l’humus ideale per far attecchire e crescere la pianta grama della tecnica. Ma è altrettanto vero che l’uomo, se reagirà, lo potrà fare solamente quando avrà maturato consapevolezza della sua nuova dimensione nel mondo.
Se gli anni Venti di questo secolo saranno quelli che segneranno la discesa dell’uomo sul suolo marziano, dovranno essere anche quelli che permetteranno all’uomo di mettere a fuoco la sua nuova dimensione artificiale, per andare, proprio grazie a quella, in cerca della propria umanità.
Gli accadimenti della nostra vita, soprattutto i più traumatici, diventano quasi impossibili da metabolizzare, perché ci manca quasi del tutto la condivisione dei nostri drammi con gli altri, ci manca l’empatia e la compassione.
E sono questi gli elementi attorno ai quali è necessario far ruotare la poetica contemporanea, usando un linguaggio diverso da quello del passato, molto più diretto, tagliente ed efficace.
Soprattutto occorre abbandonare le auliche raffigurazioni della realtà come dipinto neoromantico, per raffigurare invece il mondo per quello che è.
Le parole sono armi bianche, i versi del poeta, siccome arrivano al cuore bypassando a piè pari la razionalità, sono capaci di bucare le menti come proiettili di uranio impoverito, che sfondano la blindatura dei carri armati.
Ma non tutte le parole lo possono fare, non tutti i versi sono granate che riescono a devastare il campo di battaglia. Occorre cambiare linguaggio, occorre usare parole adeguate alla rappresentazione di un mondo nuovo, che ormai non ha più quasi nulla a che fare con le umani pulsioni.
Ma v’è un elemento che non può e non deve sfuggire: la poesia non è la vana e narcisistica rappresentazione di uno stato d’animo, ma un messaggio di tipo profetico.
È un disvelare creando. Non è un accatastamento di carabattole in bella parola, ma è lo sforzo di capire, prima ancora che descrivere lo sforzo di leggere il futuro per poterlo cambiare.
Non è possibile rappresentare il mondo di oggi con il linguaggio di ieri, così come non si può pensare alla contemporaneità con le parole che servivano a disegnare la prospettiva di ieri.
Sarebbe come una di quelle pubblicità di automobili in un panorama idilliaco, su una strada deserta, a dar l’impressione di una serenità fuori dal tempo.
Vero che l’essere all’altezza di un compito simile non è da tutti e che è facilissimo cadere in quel passato che è stato la nostra vita per decenni, nel quale ci siamo formati, e che ora appare ai nostri ragazzi come un racconto di fantascienza all’incontrario, per quanto è lontano dal presente.
È altrettanto vero che solamente chi ha vissuto un simile cambiamento dei paradigmi di valutazione dell’uomo, come quello che c’è stato negli ultimi cinquant’ anni, può mettere dentro la poesia l’energia che tutto ciò porta con sè.
Cara Elena, spero di aver risposto in maniera esaustiva alla tua lettera, in cui chiedevi anche delle mie raccolte poetiche.
Recentemente, ne ho pubblicata una scritta nella seconda metà degli anni Novanta, intitolata Marinai e Poeti sono tutti morti, ispirata al firmamento. Da alcuni mesi, inoltre, sto lavorando ad una nuova raccolta intitolata La distanza dalle stelle. Se ti va, puoi metterne qualcuna sul tuo blog.
Un abbraccio a te e famiglia,
Stefano Torre.
Per leggere un po’:





